Come la sua stretta geografia, con la testa in montagna e i piedi nel mare, anche il cinema libanese sembra concentrato in pochi metri quadri, in una manciata di film, di anni e di cambiamenti. History of Lebanese Cinema” della giornalista Diana Moukalled è un documentario piccolo ma prezioso, un sommario di un viaggio che puntella alcuni snodi e percorsi di un paese.

La stessa regista, volto noto del giornalismo televisivo e corrispondente di guerra, definisce il cinema stesso uno specchio della storia. Nel 1929 e nel 1936 ci sono i primi timidi tentativi della cinematografia libanese, seguiti da quelli del regista Ali El Aris nel 1943 e 1945, ma è solo nel 1956 con “Ila Ayn” di George Nasr che il cinema libanese viene ufficialmente rappresentato, a Cannes, con la storia di un immigrato libanese negli Stati Uniti. Seguono gli anni ruggenti della Parigi del Medio Oriente, la diffusione di produzioni e proiezioni e il ruolo dello Studio Baalbek, una piccola Cinecittà che cercava di farsi largo all’ombra delle più popolari produzioni egiziane.

Dalla metà degli anni Sessanta vengono prodotti molti film militanti, dando vita a una storia nella storia: quella del rapporto tra Studio Baalbek e l’OLP. La guerra, il fato, il destino. La svolta nel cinema libanese arriva con Maroun Baghdadi, dove il conflitto nei suoi film (dal 1975 al 1991) non è solo politico ma vive soprattutto attorno all’individuo e i film di guerra diventano gli unici libri di storia su cui tutti o quasi sono d’accordo. “Houroub Saghira” (“Les petites guerres”) del 1982 è la sintesi madre di un ritornello libanese: il perdono, la memoria. Lo stesso refrain ritorna anni dopo con la generazione dei registi degli anni Novanta, formatasi all’estero: “The Insult” (2017) di Ziad Doueiri e ancor più il suo “West Beirut” (1998), in cui mostra quella generazione attraverso la storia di tre adolescenti che si iniziano alla vita durante la guerra civile.

Dove inizia e dove finisce l’identità del cinema libanese? Rappresentare la realtà locale, qualsiasi cosa voglia dire, viene meno davanti ai fondi e ai gusti dei festival occidentali? In questo eterno e irrisolvibile attrito, nell’esotismo di ritorno che non trova pace, si inserisce Nadine Labaki che con il fortunato “Caramel” (2007) presenta al pubblico una storia di donne il cui quotidiano è lo stesso di molte altre.

Al di là dei casi fortunati, il cinema libanese, ricco di pellicole commerciali, soffre anche i limiti della distribuzione verso lo stesso Medio Oriente, nonché le beghe politiche che ne conseguono: ne sa qualcosa Ziad Doueiri che per “The Attack” (2012), storia di una coppia palestinese in cui la moglie, in Israele, si fa esplodere in un attentato, è stato fermato lo scorso settembre all’aeroporto di Beirut reo di aver girato delle scene nel paese nemico.

Ma se non si affrontano i tabù è possibile per una società e per il suo cinema crescere? L’identità del cinema libanese continua ad essere scevra di particolari vagues, precaria e instabile, come la storia in cui si riflette ma che non smette di regalare perle come il cortometraggio d’animazione “Waves ‘98” di Ely Dagher, Palma D’Oro nel 2015, dove il regista esplora il suo rapporto con Beirut, giustapponendo i ricordi del paese degli anni Novanta e quello attuale. Per provare a trovare il bandolo.

Pubblicato su Alias/Il Manifesto per la rubrica Moscow Mule

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