La camera è frontale, foto, immagini di archivio, riprese di paesaggi e racconti del vicinato. Questa è la narrazione classica di un interno di famiglia che due documentari nell’ultimo DOK di Lipsia seguono e superano. Non bastano, dunque, i suddetti generali ingredienti per evitare resoconti statici pur nella buona volontà di condividere il proprio vissuto.

Hanna Schweier è l’autrice di 80.000 Schnitzel. Nella locanda e fattoria di famiglia “Zollhaus, immersa nel verde dell’Alto Palatinato, è rimasta la nonna della regista, Berta, ad occuparsene con fatica, senza più la folla di viaggiatori, sull’orlo della bancarotta ma ancora indomita a preparare le sue celebri deliziose cotolette. Sarà la nipote Monika, sorella di Hanna, a decidere di risollevare le sorti della “Zollhaus”, dopo una specializzazione universitaria in Italia.

È a questo punto che “80.000 Schnitzel” oltrepassa i suoi simili intrecciando la documentazione del presente con il passato grazie ai fili di ciò che i passaggi del tempo rappresentano: i bilanci, il lascito generazionale, la scelta di una vita in fattoria nella crisi economica. L’ottimo montaggio favorisce lo svisceramento dei temi, senza risultare artificioso, includendo la stessa regista nel dare voce ai dissapori, ai lutti, alle fortune e sfortune, al tortuoso processo di realizzazione come autrice.  

Molti passaggi del viaggio della Schweier ritornano in Their Algeria” di Lina Soualem, figlia degli attori Hiam Abbass e Zinedine Soualem, a sua volta attrice. Al centro del documentario Aïcha e Mabrouk, arrivati in Francia, a Thiers, dall’Algeria all’inizio degli anni Cinquanta. La giovane regista, anch’ella parte filmica e biografica delle vicende, cerca di rompere la discrezione dei nonni sul loro passato, ora che Aïcha ha deciso di separarsi dal più anziano marito pur facendogli visita regolarmente.

Qui i temi hanno una portata storica rispetto al documentario tedesco: le parole, le immagini d’archivio (tra cui “La Guerre D’Algérie” di Yves Courrière e Philippe Monier, 1972), raccontano un dramma che li sovrasta al di là dell’ambito domestico. La migrazione, il colonialismo, l’indipendenza e il mito del ritorno creano una geografia emotiva e politica che non tralascia nessun capitolo. Mabrouk, ancora senza la cittadinanza francese, ha lavorato nell’industria locale di coltelli e posate, il cosiddetto “enfer”.

Lina Soualem segue il nonno nel museo della fabbrica e ascolta da Aïcha gli imbarazzati resoconti del suo matrimonio vivendo di mezze identità. La trasmissione della memoria si insinua così e un cerchio si chiude quando la regista si reca nel villaggio algerino di Laaouamer, dove tutto ha avuto inizio, cercando i cugini e delle tracce di sé.

Pubblicato su Alias- Il Manifesto per “Moscow Mule

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