La frontiera tra la Thailandia e la Cambogia si attraversa a piedi, nel caldo e nella polvere, tenendo stretti tra le mani il passaporto e i vari fogli di ingresso e di uscita da un paese e dall’altro. Al di là del vetro una impassibile signora thai seguita da un cambogiano con un corno appeso al collo e le unghie delle mani lunghe (non tutte).

Le prime immagini della Cambogia sono quelle della terra battuta e i banchi dei mercati ai lati; le pianure che si estendono all’infinito sotto il sole che tramonta e cade sfinito sull’orlo delle palme, a volte rade, a volte più fitte.

C’è qualcosa nella Cambogia che la rende mite e dolce, molto più della sua vicina a Ovest; i cambogiani delicatamente sornioni, alcuni con la pelle scurissima, sofferenti, tra le tante cose, di narcolessia: si appisolano ovunque, in catalessi, sulle amache appese nei punti più strani. La storia si ripete di fronte a ogni tempio di Angkor Wat, a Siem Reap: mentre aspettano i turisti, i conducenti di tuk tuk si abbandonano a lunghi sogni cullati nelle amache appese nei loro veicoli. Un sogno lungo e perso come il tempo, il tempo che Angkor rappresenta, nella sua magnificenza di pietra e natura.

La prima volta che vidi Angkor fu al cinema, scoprendo uno dei capolavori del maestro Wong Kar Wai, un autore che avevamo imparato a conoscere nei piccoli cineclub che ancora vivevano a Roma. In the mood for love ha un primo strato fatto di una storia d’amore impossibile, una delle tante, tra un uomo e una donna i cui rispettivi coniugi sono amanti, e successivi strati che toccano il tradimento, reale e agognato, la perdita, la memoria, tutte le nostre occasioni mancate, e la ciliegina, pesante come un macigno, è quella del tempo, quello di Angkor, con i suoi sassi eterni, a cui Il protagonista, Mr. Chow, confida i suoi segreti.

Quest’anno Il film compie diciotto anni; è diventato maggiorenne, come tutte le nostre disillusioni e per festeggiarle si torna qui, dentro questo incredibile parco archeologico che, come diceva Terzani, “ti rende orgoglioso di appartenere alla razza umana”, con la sua raffinata geografia, il sincretismo della cultura khmer, induismo, buddismo, e la giungla attorno a chiudere il cerchio della commozione. Stordita dall’emozione alle cinque del mattino ero corsa con una giapponese della mia guesthouse a vedere l’alba, assieme ad altre centinaia di persone armate di macchine fotografiche e termos.

Il cielo si era fatto lilla, io pensavo alle mie occasioni perdute, tra cui la colazione (per fortuna non si vive di soli rimpianti); ma stanche di aspettare l’arrivo clamoroso del sole, eravamo andate via, pronte per il tour. Né io né la giapponese eravamo esperte di archeologia, ma io ero al sicuro nella mia citazione cinematografica e lei nelle informazioni che ricavava dallo smartphone, inoltre ad accompagnarci avevamo un ragazzo del luogo, uno di quelli che sarebbero piaciuti a mia nonna, in quanto “bravo ragazzo che non va nelle discoteche”.

In effetti non ho mai chiesto a Yong se frequentasse balere, di sicuro non era molto secolarizzato ed entrando in ogni tempio salutava gli spiriti come se fossero presenti e a loro affidava la sua felicità (gli avevo chiesto di aggiungere anche la mia visto che c’era).  A Yong avevo anche confidato il motivo del mio arrivo a Siam Reap, in cerca del mio oggetto filmico, ma lui già sapeva tutto. Come lo sai Yong, te lo ha detto lo spirito? Ma no, tutti i turisti vogliono vedere Ta Prohm, pensando a “Tomb Raider”, in cui suo cugino aveva lavorato come comparsa.

Quindi non ero l’unica a muovermi seguendo il cinema: ogni film è un viaggio, ogni viaggio si sviluppa come una sceneggiatura, ogni film conduce a una geografia, a un incontro con il cosmo, fatto di sassi, come Angkor Wat. Non ogni film, tuttavia, finisce con una dichiarazione d’amore, e non tutti i film portano incontri.

Alle brutte dagli incontri si può anche scappare: non sono andata a Phi Phi in cerca della beach di Di Caprio (tanto lui non c’è, per cui che ci vado a fare?) e sono troppo giovane per quella di James Bond. Se fossi partita in cerca di Di Caprio avrei trovato anche moltissimi cinesi (scarta il Sud est asiatico fino alla fine e troverai Made in China) arrivati sulle orme di Lost in Thailand, film cinese campione di incassi. A ognuno le sue illusioni.

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