Sul bus di Phonsavan, Laos, sono una delle poche donne e l’unica straniera in mezzo a laotiani; partita nella prima foschia dell’alba, seguendo le solite strade semi sterrate i cui tornanti durano infiniti minuti. Si arriva presto, tuttavia, al confine con il Vietnam e dopo le procedure burocratiche ci si ferma per il pranzo. È il giorno di Pasqua e sono a tavola assieme agli altri, con ciotole e bacchette condite con imbarazzo colossale: non ho Dong vietnamiti, solo Kip del Laos e mo come pago? Come da una Resurrezione un ragazzo esce dalla sua timidezza e si offre di pagare la mia parte, commossa e impacciata non riesco ad esprimergli abbastanza gratitudine, né in quel momento, né dopo.

La prima tappa in Vietnam è Vinh, una città commerciale, senza risonanze interessanti. Non ci sono nemmeno stranieri, se non qualche business man che dorme nel mio stesso hotel “di lusso” in cui nessuno parla inglese, dove a colazione viene servita una zuppa e dove ho svuotato il frigobar durante sessioni di serie tv per dimenticare di essere in una periferia della periferia di qualche altra periferia. In questo stato d’animo è dura perdere le proprie abitudine, per di più in paesi, oh sì dalla cultura, abitudini e tradizioni molto affascinanti, ma senza l’ombra di librerie, spazi “artistici” con relativo fermento (o forse si nascondono bene? O forse effettivamente tra le risaie è arduo scovarli? O forse sono solo affetta da colonialismo di ritorno).

Dopo due giorni a cercare il senso di Vinh, una mattina prendo un treno, direzione Hanoi. I treni sono capillari e del tutto simili ai nostri treni espresso o ai vecchi intercity. Accanto a me una vecchina mi mette davanti una busta di pistacchi con il solito piglio brusco dei vietnamiti che ho imparato a conoscere già da pochi giorni. Mi ordina di mangiarli tutti, sorridendo. Segue conversazione con traduttore in merito alla mia biografia: motivi del viaggio, stato civile, età. Nei loro movimenti risoluti si nasconde la generosità, nell’offrirti del cibo, o nel darti un passaggio in motorino mentre cammini sul ciglio della tangenziale con la scusa di vedere il tramonto.

La donna mi guarda, mi chiede con i gesti di cambiare posto perché io ho una giacca, lei no, e al solito (già due bronchiti) l’aria condizionata falcia uomini e cose. Si mette seduta con le ginocchia al petto, e diventa un gomitolo a forma di donna. Pare essere una delle posture tipiche; fuori da ogni negozio o ufficio uomini con divise o troppo lunghe o troppo corte stanno seduti immobili con le ginocchia al petto e i piedi sugli sgabelli.

Il treno corre lungo le risaie fino a sera quando arrivo ad Hanoi. Il quartiere vecchio splende di costruzioni dallo stile coloniale consunto e diversificato, le leggende e i miti di fondazione accompagnano le movenze dei burattini sull’acqua, in vietnamita, ma gli strumenti musicali tradizionali, i cliché narrativi, non hanno bisogno di traduzione. Il palco è una piscina, qualcuno da dietro muove con asticelle di bambù le sagome.

A teatro siamo quasi tutti stranieri, molti turisti. Sì, è un evento assolutamente turistico, ma nel 2018 dove finisce e  dove inizia il turismo? Questa parte di Asia è facile, easy, come dicono gli anglosassoni che incontro a frotte. Vero, è easy. Quindi che cosa è il viaggiare oggi? Non so se esistano ancora definizioni a cui ancorarsi, ognuno ha ormai la propria versione di esistenza.

Ad Hanoi Il clima è meno umido e quindi più clemente, il traffico è vietnamita come altrove e con un occhio guardi perennemente in su, gli edifici composti in maniera unica, il lungofiume a serpente, il brulichio delle strade di quartiere, con l’altro vigili che un carretto non ti investa.

Ad Hanoi mangio il piccione arrostito per la prima volta; sarà stato uno di quelli bravissimi a scansare i motorini, infatti è anoressico e da spolpare mi lascia poco, per cui torno in strada e con un occhio su e uno giù cerco ancora da mangiare.

 

 

 

 

 

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