Arirànghete 4. Daegu e dintorni

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Daegu e dintorni. Avrei potuto anche farne a meno. L’impatto è un atterraggio sulla luna: io e una coppia francese ci guardiamo come se avessimo sbagliato fermata, ma in realtà è la stazione bus più desolante di tutta Daegu, la periferia dell’Asia, migranti da India e zone limitrofe. Mi rifugio dentro un taxi, come scappassi da qualche persecuzione.

Una città fuori dai giri turistici

La pensione ha una reception in cui la signora si sveglia da terra se suoni un campanello e arriva munita dell’applicazione per tradurre. La stanza ha il solito neon da mall, le ciabattine, l’inutile tv, l’erogatore dell’acqua, per un paio di notti è passabile. Visito il tempio di Haeinsa, conosco Jiho, mi porta al barbecue dove mangio la pancetta arrotolata in foglie di perilla, Jiho mi prepara la ciotola con la zuppa, non ho più notizie di Jiho da tempo, non fa niente, in Corea si passa dalle palpitazioni sognanti dei drama al ghosting senza frontiere. Inoltre, non parlando lui quasi per niente inglese la nostra comunicazione, al di là della pancetta, è stata un parto, seppur divertente con il suo abbigliamento da impiegato nei cartoni animati.  Non c’è nulla di speciale a Daegu se non la normalità. Eppure, alcuni scorci di strade mi sembrano decadenti. Eppure, devo trovare il senso in ogni tappa, e questa è considerata la pancia conservatrice del Paese e lo comprendi da come gli sguardi si posano o non si posano su di te.

Fuga nel mondo antico

La leggerezza del viaggio torna a Gyeongju, la perla del regno di Silla, tra tombe che sono verdi colline incalpestabili, altri templi e residenze reali in specchi d’acqua immobili; per l’aria c’è una dolcezza migliore, mi sento abbracciata, non respinta, anche se mi perdo tra stradine parallele mi ritrovo al punto di partenza come in una favola per bambini. Una via di passeggio colma di ristoranti, street food e indovini che solo apparentemente spezza l’incantesimo del patrimonio archeologico. Il pane dolce con il formaggio filante, le orripilanti caramelle dolci a forma di patatine fritte, spiazzi e vicoli a ridosso di altre tombe.

Lampi da Busan

Quasi mi dispiace lasciare questo gioiellino per Busan, la terrona sul mare, il porto e i granchi giganti impazziti nelle vasche del mercato del pesce, la spiaggia di Haeundae con il cielo grigio ma la sabbia fine: Busan scivola via come una cartolina marina, quasi californiana, in cui si mescolano le disavventure di un viaggio bellissimo con stanze vista intercapedine polverosa e brandina da campo, docce incorporate al lavandino, edifici accatastati uno sull’altro, sotto l’umidità battente. Nonostante tutto, ho scelto la stagione giusta, quella che sa come non rompere i coglioni.

Pubblicato su Alias-Il Manifesto per la rubrica “Moscow Mule” 

 

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