Asghar Farhadi. Storie iraniane

Raccontare una società, i suoi drammi, aggirando la censura e incantando il pubblico. Nader and Simin, a Separation” del regista iraniano Asghar Farhadi trionfa e commuove alla Berlinale incassando l’Orso d’Oro nel 2011 e i premi per i migliori attori e attrici. Nader e Simin hanno ottenuto il permesso di espatrio ma Nader non vuole lasciare il padre, affetto da Alzheimer. Simin chiede dunque il divorzio e quando le è negato dalle autorità competenti decide comunque di lasciare la casa e di trasferirsi dai genitori, lasciando la figlia undicenne Termeh con il padre.

Nader sarà costretto a cercare qualcuno che si occupi del padre e l’incarico viene dato a Razieh (una incantevole Sareh Bayat), incinta, e che accetta il lavoro senza parlarne al marito. Un giorno Razieh esce di casa lasciando il padre di Nader in balia di se stesso. Ciò che accadrà al suo ritorno scuoterà le vite di tutti.

Farhadi conferma intenti e talento del precedente About Elly: osserva con discrezione la vita quotidiana familiare della media borghesia iraniana, i rapporti tra uomo e donna, le briglie della religione, il passato e la modernità. L’Iran contemporaneo (nei suoi tratti paradossali e ironici agli occhi occidentali) emerge attraverso l’escamotage narrativo di un piccolo giallo, un “thriller” da camera con un intreccio da risolvere e una verità da chiarire.

In “About Elly” il giallo era la scomparsa di una ragazza, in “Nader and Simin, a separation” si cerca di capire cosa sia successo in casa tra Razieh, Nader e suo padre e lo spettatore non sempre è onnisciente. Il regista iraniano offre il suo capolavoro senza incappare nei divieti politici del suo paese, a differenza del meno fortunato conterraneo Jafar Panahi, la cui simbolica sedia vuota tra le fila della giuria della Berlinale è riscattata dall’omaggio che lo stesso festival ha offerto al grande autore: quattro film per raccontare storie di donne (Offside del 2006 e Il cerchio del 2000) oppure favole morali ora delicate ora noir (Crimson Geld del 2003 e Il palloncino bianco del 1995).

Si può ridere nella tragedia o nei turbolenti fenomeni come le migrazioni. “Almanya- Wilkommen in Deutschland” è una divertente commedia, di produzione tedesca, sull’arrivo dei lavoratori turchi con famiglie al seguito nella Germania degli anni Sessanta, diretto dalla regista turca Yasemin Samdereli nel suo debutto cinematografico dopo aver prodotto commedie e serie televisive.

In uno stile pop e colorato la regista mette in scena la storia migratoria della famiglia di Hüseyn Yilmaz, raccontata da sua nipote al cugino, entrambi nati in Germania tra due culture e idiomi. La partenza di Hüseyn, l’arrivo della famiglia in un secondo momento, l’integrazione, gli stereotipi e la vita “oggi” a più di trent’anni di distanza, sono colti con assoluta ironia. Peccato per l’eccessivo happy end finale: troppo caramelloso nel voler ribadire il (sacrosanto) valore della tolleranza e rispetto tra i popoli.

Altra interessante opera “made in Turchia”, pur essendo anche una coproduzione tedesca e olandese, è Our Grand Despair” di Seyfi Teoman, tratto dal libro omonimo di Barı Barıs Bıçakçı, considerato da molti il Carver turco per il suo minimalismo e spessore. Nella convivenza di Cetin ed Ender, amici di vecchia data, irrompe la giovane Nihal, sorella di un loro vecchio compagno di scuola, i cui genitori sono appena deceduti in un incidente stradale. Da intrusa con un pesante trauma Nihal diventa il perno di un tenero ménage dove i sentimenti sono banditi da ogni categoria.

La disperazione del titolo è quella del dramma di Nihal e del fratello; dell’amore impossibile di Cetin ed Ender per lei e del grande affetto uno per l’altro non essendo una coppia gay pur vivendo assieme e pur sembrando nei ruoli domestici marito e moglie. Dove iniziano i confini di una relazione? Teoman si pone la domanda, ridendo come i protagonisti di Almanya trapiantati in Germania, in bilico tra tradizione e futuro come le coppie di Farhadi.

Pubblicato su Terra

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