Beirut e’ una zucca

Nella mia casa di Beirut le suppellettili, le comodità, gli arredi, li scopro solo alla fine, dopo averli osservati per settimane senza aver dato loro un’opportunità per farsi valere. Potevo aprire quella finestra, usare quel tavolo come scrivania, scostare la tenda in fondo alla stanza per far entrare più luce. Pensavo di accettare gli oggetti così come li avevo trovati, immutabili e imperfettibili. Ho perseverato nel disagio a cui non riuscivo a dare un nome, perché mi pareva l’unico universo possibile e mentre giungevo alla fine, sottovalutavo l’inizio, stupidamente, perché un inizio c’è sempre e la fine giunge solo per consacrare il processo e capire dove ci siamo distratti.

È in quel momento che Beirut mi è apparsa come una zucca. Un frutto agrodolce, con la scorza dura che si lavora a fatica, tanti semi quante sono le sue identità, volute o sopportate, e il suo formicolio urbano. Come una zucca generosa nelle sue forme, Beirut ha un cuore polputo e resta un po’ gradassa nel suo orgoglio; solo entrando nella polpa si prende il sapore. Per arrivare a Beirut ero passata da Istanbul e con gli occhi seguivo i movimenti di chi si ostinava a riempire le cappelliere dell’aereo con i piumoni e le coperte e già dalla Germania cercavo di indovinare quale faccia mi avrebbe seguita fino a Beirut. Vedevo la città libanese per la prima volta di notte, attraversando con Yara i quartieri che le guide definiscono brutti e pericolosi, il cui aspetto non è troppo dissimile da tante altre periferie che campano alla giornata. Il caldo si appiccicava ovunque, ma io ne ero affamata e non lo riconoscevo come estraneo, nemmeno la mattina dopo quando mi hanno svegliata a suon di manoushe e tè e vocabolario di arabo: ripeti con noi è facile.

L’impatto con la zucca nel suo quotidiano è stato violento; la città è insolente, assordante e dalla periferia si entra nel contrasto assoluto di un corpo anarchico che si sporge e si spinge verso l’alto allargando le sue gambe. Pensavo di conoscere Beirut a piedi, ma non è possibile, se non per brevi tratti lungo uno stesso quartiere o area. Il mare lo vedi solo se ti ci butti dentro. Come un’ingenua pensavo di finire tra le braccia delle cose da vedere ma non avevo nessun piano di ferro e mi ero fatta inghiottire dalla zucca. Seduta dentro di lei aspettavo che mi facesse uscire almeno per ora di cena e quando lo aveva fatto erano passati già dei giorni, delle settimane e con Yara e la sua famiglia stavamo per raggiungere Baalbek.

Yara mi aveva chiesto perché i Romani fossero arrivati fin qui e io le avevo risposto che è quello che fa un impero sennò che ci sta a fare. Il suo sguardo era confuso, smarrito, ma è normale a Baalbek, perché se Beirut è una zucca che smazza dollari e lira locale in banconote da Paperopoli, i resti di Baalbek sono lisergici. Pochi turisti, sparsi per le rovine, i templi, i sassi, le rocce, le colonne, i capitelli, le scale sbeccate ed è anche un po’ l’incuria a cui sono lasciati i visitatori a rendere il sito ancora più bello e più puro. All’ingresso ci sono pochi banchetti di cianfrusaglie; tra gli oggetti si fanno spazio le magliette di Hezbollah e Yara si era messa a ridere quando le avevo detto che me ne sarei comprata una e ci sarei andata in giro in Europa o l’avrei rivenduta a qualche hipster con i baffi all’insù che tanto non ci capisce un cazzo.

La strada per arrivare e tornare da Baalbek attraversa la valle della Bekaa le cui montagne circostanti sembrano solo colline con le case appoggiate sopra. Zone musulmane e cristiane si alternano, la differenza è palpabile per tutti e cinque i sensi anche se scendi dalla Luna e non sai dove ti trovi. La madre di Yara mi diceva che dove vivevano i cristiani era tutto pulito, ordinato, che Daesh stava lì vicino, che al di là delle montagne chiare e azzurre c’era la Siria. Sembrava una favola per addormentare i bambini che si sarebbero svegliati con qualche rivendicazione in testa non appena sarebbe giunto il mattino.

Fuori dalla zucca la vita appare più semplice, provinciale, ugualmente difettosa. I negozi di ferramenta, i venditori di pannocchie, i chioschi affidati a ragazzi svogliati, una teca di vetro con una testa di vitello appesa, i burroni a strapiombo, le autostrade in costruzione, le case in fieri. La famiglia di Yara discuteva di cibo, stoffe, lenzuola, tovaglie. Non ero in Libano, a Beirut, ero tornata indietro nel tempo, nella provincia di Catanzaro degli anni Ottanta, a casa di nonna, ma senza Hezbollah. Come una passeggiata circolare sulla buccia della zucca si torna sempre al punto di partenza, all’inizio, dove c’è tutto quello che possiamo sapere della fine, in fondo.

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