La casa dell’amore”- L. Ferri

Bianca Dolce Miele è la protagonista transessuale dell’ultimo capitolo di una trilogia (“Dulcinea”, “Pierino”) da camera chiusa in cui il quotidiano è raccontato con una purezza formale eppure con (congelata) emozione, mai con invadenza. Bianca riceve i clienti e la dolcezza delle effusioni non fagocita gli eventuali toni dissacranti della vita che si mostrano quando c’è una tregua malinconica dalle attese e disattese a cui siamo tutti sottoposti. Natasha, la compagna di Bianca, è in Brasile, forse tornerà a Milano, forse no, sentiamo la sua voce dal telefono e la vediamo solo un’unica volta, sempre su dispositivo. Nonostante la pervasiva tecnologia qualcosa rimane a metà e chissà se nel (sano) cinismo cinematografico di questo autore stavolta non faccia breccia una vaga ombra di amore. In ogni caso, uno sguardo con una precisa idea di cinema.

Otac- Father” – S. Golubović

Un padre disoccupato nella Serbia odierna lotta per riprendersi la custodia dei figli dopo che la moglie per disperazione ha tentato di darsi fuoco. Per presentare al ministro la propria istanza si dirige verso Belgrado a piedi. La lezione di Bresson trova in questo eccellente regista il suo discepolo migliore: pur raccontando una storia che poteva essere facilmente preda di pietismi e sbrodolamenti sentimentali, Golubović sa che è cosa buona e giusta limare fino all’osso, togliere anziché aggiungere, lasciare lo spazio pulito senza perdere di vista il dramma dei personaggi e quello di un Paese confuso, dove ci sono “buoni” e “cattivi”, tanta corruzione ma anche solidarietà. La tragedia del protagonista (il film è tratto da una storia vera) è una tragedia di comunicazione (la natura è l’unico vero interlocutore) e del povero diavolo in lotta con una società fatta di burocrazia, disuguaglianza e Instagram. Da recuperare i film precedenti. Tutti.

Exil”-  V. Morina

Chiunque con un background da “migrante”, come il regista nato a Pristina e arrivato in Germania con la famiglia a quindici anni scappando da Milošević, può riconoscersi nelle corde del film. Xhafer è un ingegnere chimico albanese in Germania da anni con moglie tedesca e tre figli. Una storia di apparente “integrazione” riuscita che però mostra le sue falle clamorose. Il razzismo sottile e immateriale dei colleghi è concreto o esiste solo nella testa del protagonista? Come un estraneo, uno straniero eterno, Xhafer viene sempre messo in attesa e la trama si sviluppa con colpi di scena al pari di un thriller da ufficio e da appartamento. Gli esterni sembrano essere solo gli immacolati vialetti ma la pressione interiore è talmente alta che i personaggi sudano, letteralmente, di continuo. Un punto di vista crudo sul tema dell’esule e sul razzismo come un virus che contagia tutti.

Days”- T. Ming- liang

Più che un “vietato ai minori o maggiori” di qualche età anagrafica per i film di questo regista taiwanese si dovrebbe far presente allo spettatore l’immaginario in cui è invitato ad entrare. I tempi sono dilatati per una storia che vede due personaggi vivere la propria solitudine fino ad incrociarsi un giorno, casualmente. A quel punto l’irrompere della tenerezza è inevitabile, per quanto fugace, e la rottura dell’incantesimo altrettanto irrisolvibile. Come nel resto della filmografia di questo autore l’uomo è solo nel delirio colorato delle metropoli asiatiche, le abitazioni sono spesso inondate da fiotti d’acqua, la sessualità è una scoperta curiosa, come se fosse sempre la prima volta. L’essenzialità della sua scrittura (si parla pochissimo e pure senza sottotitoli) lo rende unico e poco compreso da chi puntualmente si alza alle sue proiezioni. I silenzi dei giorni, appunto, sono voragini da colmare con sguardi nel vuoto e sigarette. Lunga vita a Tsai Ming- liang.

Favolacce”- Fratelli D’Innocenzo

Va detto subito: un buon film ma non un capolavoro. Quando si parla di cinema italiano, per di più quando vince dei premi (Orso d’argento per la migliore sceneggiatura), ci si straccia le vesti. Per certo fa piacere vedere giovani autori autodidatti raccontare provincie e periferie, anche esistenziali, in modo non scontato ma ancora acerbo, ancora “grato” a tanto cinema che loro (e noi) abbiamo visto in questi anni disgraziati. Haneke, Seidl, Solondz, tanti gli autori amati e messi tacitamente in campo dai registi romani per scrivere una storia attraverso gli occhi dei bambini che sono e siamo stati, ambientata tra gli inquietanti villini con giardino della media borghesia portatrice insana della crisi economica. Genitori grotteschi, cattivi maestri, feste di compleanno come un preludio perfetto per esplosioni finali, immerse nel caldo e nella natura estiva. Bella la fotografia, bravi gli attori. Ma nessuno morde davvero lo spettatore.

Un amore chiamato Iran. Perché il cinema iraniano è uno dei più belli in circolazione

Qui di seguito tre film iraniani e una riflessione sul rapporto tra libertà limitata e respiro artistico. Con molta ingenuità confesso il mio periodico stupore di fronte alla profondità narrativa del cinema iraniano raggiunta con lo sforzo di aggirare le strette maglie della censura (quando riesce) e delle leggi di uno Stato in cui politica e religione sono sovrapposte. Ci si fa bastare la libertà esigua che si ha e per paradosso essa si amplifica? There Is No Evil” di M. Rasoulof ha vinto come miglior film ma il regista non può lasciare il proprio paese e ritirare il premio. Un Orso d’oro politico? Sì, ma anche artistico. Perché quando la politica si fa irrespirabile riuscire a fare arte ad altissimi livelli, al limite della legalità, merita una standing ovation non solo festivaliera ma umana. Il film di Rasoulof in quattro episodi tratta la pena di morte e il senso di responsabilità individuale all’ interno di una società repressiva. Un autore purtroppo poco conosciuto in Europa, speriamo che il premio aiuti a rimediare. “Yalda, a Night for Forgiveness” di M. Bakhshi affida la salvezza di una condannata a morte per presunto omicidio intenzionale ad un talk show in cui si può votare da casa la grazia o meno per l’accusato (il programma non è una invenzione filmica). In uno studio televisivo si concentrano a colpi di sceneggiatura magistrale e ironie involontarie le contraddizioni della società iraniana e il ruolo del circo mediatico sulla giustizia umana. Secondo film per il regista dopo “A Respectable Family” bannato ufficialmente dalle autorità iraniane. “Namo- The Aliendi N. Saeivar è un elegante lavoro (Panahi è co- sceneggiatore) sugli effetti di un sistema controllante su un tranquillo insegnante nuovo in città minacciato da sospetti e pettegolezzi che assumono le forme di una paranoia claustrofobica coinvolgendo presente e passato. Un finale sospeso ma il cinema iraniano non lo è affatto.

0 Comments

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.