Venerdì 13 (marzo 2020) è un giorno di terrore per Berlino e non è l’unico riferimento cinematografaro di questa storia. Da quel momento i club della capitale tedesca sono chiusi e, in alcune circostanze, nell’estate dello stesso anno brevemente aperti sotto altre spoglie. Hush- Berliner Clubs in Zeiten der Stille” (Parthas Verlag, 30 Euro) è un reportage anche fotografico, bilingue (tedesco/inglese), a cura di Marie Staggat e Timo Stein che documentano il destino di 42 club berlinesi durante la pandemia con ritratti di manager, dj, organizzatori di eventi, buttafuori, addetti alle pulizie. Il tempo della quiete oppure il terrore del silenzio, assediati come la protagonista sordomuta nell’omonimo film di Mike Flanagan. Già a febbraio i membri dell’associazione dei club berlinesi e degli organizzatori degli eventi culturali formarono una task force in cui si discusse sulla possibilità di adottare kit igienici ma già dall’inizio di marzo i primi infettati da party misero in chiaro la situazione.

Documentare la stagione del silenzio è un viaggio in una situazione già in crisi per l’aumento degli affitti, le lamentele dei vicini, gli sfratti. I club sono l’ossatura economica di Berlino che si aggira(va) su 1.48 miliardi annui dando lavoro ad almeno 9000 persone, tra full time e part time, con circa 70.000 eventi culturali, numeri le cui radici affondano nella musica techno che qui esplode e si espande alla fine degli anni Ottanta grazie alla conquista dell’Est, spazi ed immobili, dopo la caduta del Muro. Non solo una questione di soldi, ma di identità culturale eterogenea, unica nel suo genere. Cantine, vecchi birrifici, centrali elettriche, tetti di parcheggi, garage. Il club ://about blank è emerso da un dismesso centro diurno del dopolavoro nella parte est, Il Wilde Renate ha l’aspetto di un condominio trasandato dove ogni piano è dedicato a un genere diverso: disco, house, hard techno.

Rincorrere il coniglio bianco in questa situazione era alla portata di tutti, ma se alla città del balocco togli le giostre cosa resta? Campagne di fundraising, concerti in streaming, giardini e cortili trasformati in beer garden, in improvvisati drive in o con allestimenti di arte contemporanea. Tuttavia, non tutti possono o vogliono reinventarsi e intanto i costi fissi sono implacabili, nonostante gli aiuti governativi: il club Gretchen ha spese mensili tra i 10.000 e 15.000 Euro e mentre si aspetta un decreto “libera tutti” chissà chi o cosa di questa costola berlinese sopravviverà. Lo streaming non basta, i podcast neppure. Un ecosistema culturale a brandelli che dovrà fare i conti con la ripresa del turismo, con il distanziamento come forma mentis e con i soldi disponibili da spendere nel weekend. La mole degli spazi da conquistare non è più quella degli anni Novanta. Nella città del balocco il club è un luogo dove scomparire per poi, forse, ritrovarsi ma se la giostra si ferma è solo l’ennesimo luogo peggiore dal quale sei già scappato.

Pubblicato su Alias- Il Manifesto per la rubrica Moscow Mule

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