Rithy Panh è un amico che si incontra prima o poi, spulciando tra i documentari sulla Cambogia degli ultimi anni. Il suo lavoro più noto, emotivamente insostenibile, è del 2003: S-21, la macchina di morte dei Khmer rossi, in cui il regista, sopravvissuto al genocidio, mette a confronto altri sopravvissuti, vittime e aguzzini, nella prigione di Tuol Sleng, l’Auschwitz asiatica.

Dieci anni dopo Panh è a Cannes e poi in lizza come miglior film straniero agli Oscar con The Missing Picture”, per raccontare ancora la tragedia del suo paese usando pupazzi di argilla e stralci dall’archivio fotografico. Difficile prescindere dal tema: prima di essere uno dei produttori di “First they killed my father” del 2017 diretto da Angelina Jolie, è ancora con i piedi nella società cambogiana stordita.

“The burnt theatre” (“Les artistes du Théâtre Brûlé”) del 2005 è un documentario che segue le giornate di un gruppo di attori mentre provano parti da mettere in scena. Come moderne e tragiche vestali vegliano sui resti del teatro nazionale di Phnom Penh “Preah Suramarit”, sopravvissuto alla guerra civile e ironicamente distrutto in parte da un incendio nel 1994, prima di essere demolito nel 2008. Mentre fuori la città continua il suo sviluppo, corroborato da portafogli cinesi e non, gli artisti lavorano ad una versione del Cyrano in lingua khmer, lasciandosi andare a commenti e sospiri desolati per la situazione professionale attuale.

Le produzioni gloriose di un tempo hanno ceduto il passo a tristi comparsate nei video di karaoke e nei nightclubs, ma per il regista e per i suoi attori non tutto il tempo che fu merita di essere rimpianto; tra le memorie della ribalta, si infiltrano quelle legate al regime di Pol Pot (“E a te quanti parenti hanno ammazzato?”)  e alla solitudine dell’artista, al netto di ogni periodo storico. È possibile resistere alle onde agitate dei ricordi?

Davy Chou in “Golden Slumbers” (2011) si chiede cosa resta dell’industria cinematografica cambogiana alle soglie della nefasta presa di potere degli Khmer Rouge. Sullo sfondo di una bellissima fotografia il documentario del nipote del produttore Van Chann cerca testimonianze tra gli edifici, ex attori, produttori, dell’età dell’oro del cinema cambogiano, dal 1960 al 1975. Quelli che il cinema lo hanno fatto, quelli che lo hanno guardato, quelli che si ricordano le trame ma non i protagonisti, quelli che non hanno visto il film ma il regista che girava nel suo villaggio, quelli che sanno l’intreccio solo per sentito dire.

Quattrocento film, in seguito distrutti o perduti, e più di trenta sale nella sola Phnom Penh; l’assenza è l’elefante nel soggiorno, gli attori o sono morti o tornati dall’esilio e il romanticismo impregna il racconto senza creare un canto funebre.

Le colonne sonore sono il primo gradino verso la memoria: è attraverso le loro strofe che alcuni spettatori ricordano il nome di quel film o di quell’attore. Yvon Hem fu l’assistente di Camus durante le riprese di “L’ Oiseau de paradis” (1962) stesso nome che diede ai suoi studios e su dodici film girati solo cinque sono sopravvissuti agli Khmer rossi. I vecchi cinema come il Bokor, Hemakcheat, Capitol, ora sono diventati un karaoke, un complesso condominiale, un ristorante e allora non resta che tornare sui luoghi delle riprese, nei villaggi, con l’attrice, ora insegnante di danza, Dy Saveth, icona di “Tears On The Back Of a Mountain” (1972), “When The Sun Sets I Miss You” dell’anno successivo e soprattutto di “Crocodile Man” (1972), grande successo horror pre regime.

Il racconto più emozionante è quello del produttore Ly You Sreang nel suo scarno soggiorno davanti a una vecchia radio, l’ultima cosa che gli è rimasta della sua carriera. Sreang, appena i “rossi” presero il potere, ovunque scappasse (Vietnam, Laos), per ironia della sorte incontrava comunisti e alla fine non gli restò che fingersi francese. Giunto in Francia con il tempo mise su una piccola impresa di taxi privati finché, dopo circa vent’anni, decise di tornare in Cambogia per gli ultimi anni della sua vita, assieme alla sua radio.

Pubblicato su Alias- Il Manifesto 

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