Diario americano. Quelli che…Dicono io non ci vivrei

Il vapore ancora cola da una estate non del tutto sommersa. La prima consapevolezza delle razze si avvita su una corsa per l’autostrada, ma dove sta New York? Dai suoi bordi la cerco come si cerca un nome noto sui titoli di coda. Non aspetto altro che incontrarla e di vedere se davvero esiste. Allora davvero tu esisti.

Boriosa e sporca, all’ombra di una veranda o all’ottantesimo piano. Dentro l’impasto di una cheesecake. Non è vero che non si dorme mai, si dorme sempre. Sui vagoni della metro che la attraversano per intere ore, scambiandosi, fermandosi, interrompendosi, deviandosi. Dei sonni lunghi e appassionati, mentre si aspetta il momento buono per vederla dal finestrino, tremando di freddo per l’aria condizionata.

Eppure lo so che esiste una vita di quartiere che tanti dall’Europa non vedono. Non se ne accorgono perché ci sono colate di zucchero che la rivestono, che fa grinze e lascia intravedere una serie di sfumature, ombre, che pescano a Coney Island, che vendono mango sul ponte e suonano ritmi dominicani. Sul molo davanti le giostre vecchie e l’ottovolante che urla e ondeggia: è domenica e ognuno si prende una breve pausa dalla corsa verso la sopravvivenza. Si dice che New York sia un massacro urbano, attraversarla un parto, ma mungerla è una gioia assoluta.

Vorrei essere un pacchettino da asporto che si arrampica per Wall Street nella pausa pranzo e seguire la giornata di un impiegato della finanza aspettando che sogni una ragazzetta di Williamsburg. Io come turista e consumatore dovrei essere protetto, coccolato, altrimenti salta tutto l’impianto. Un Hare Krishna in Union Square si nasconde dietro un albero e prende una ciotola di zuppa, mentre i suoi compagni continuano la cantilena.

Giustamente non si vive di spirito, ma anche di cibo e di finzione, come Times Square, come il pupazzo King Kong che seduce i turisti che monopolizzano tutte le vetrate e non si vede più New York, come un prato stellato che allaga tutti i quartieri. Se io penso al Canada, penso alla foresta. Portami via nella fattoria, dico a un canadese che non è mai stato in Europa.

Indovina chi viene ad Harlem? Io. Nelle piazzette di Harlem si incrociano bettole con ali di pollo fritte e la Columbia poco più su. Le caffetterie studentesche e distratti ragazzi fuori corso. Purtroppo le cattedrali sono sempre chiuse nel momento in cui si decide di vederle. Un destino crudele, infausto quasi oppure bizzarro come quello dei veterani che vendono bretzel nei chioschi davanti al Met, al Guggenheim.

Gentili, forse un po’stanchi. Oppure ex ufficiali di marina che fanno giochi di prestigio e sul selciato lasciano una foto della loro precedente vita. Guarda com’ero. Guardami ora. Si dice che il Queens sia come è davvero l’America, e nel Bronx si parla spagnolo. Sarà vero? Compro noccioline fuori la stazione e penso di vivermi stupidamente situazioni pericolose invece al massimo mi scontro con un papero di pezza fuori da un robivecchi.

Attraverso Jackson Avenue dopo la tappa al PS1 per poi finire in una bottega slovacca e non sapere dove si apre il prossimo parco prima di rifugiarsi in un diners e pensare alle storie che vi si annidano per 24 ore di seguito. Le salse sul tavolo, la televisione fissa su un match di football, i sedili morbidi e i pastrami giganti.

Vorrei essere un pacchettino da asporto che prende anche l’ascensore e si poggia su una scrivania e viene illuminato da un laptop e divorato distrattamente. Che cibo preferiscono le segretarie e come alternano proteine e carboidrati durante la settimana? La verità è che tanto il cielo è sempre profondo, largo, mai introspettivo, rimanda sempre al mito di se stesso e sei avviluppato da abbastanza energia per dimenticare qualcuno o per aver paura di incontrarlo in qualche sottopassaggio.

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