Per la sua diciassettesima edizione il DOCUDAYS UA è stato posticipato (24 aprile-10 maggio 2020) e trasferito per la prima volta online, lontano dai suoi spazi consoni in quel di Kiev. Un festival online non ha nessun vantaggio se non quello di rallegrare qualche sociopatico e facilitare (forse) il contatto tra il giornalista e l’autore del film.

I rituali tipici del festival, dalla cerimonia di apertura ai (video) messaggi con le domande al regista, sono virtualmente congelati in una pantomima in cui il senso di un festival, che è soprattutto comunitario, diventa caricatura di sé stesso. L’effetto placebo “film sul divano” non allenta le questioni relative alla necessità di una VPN per localizzarsi in Ucraina, al fastidioso riverbero delle traduzioni in simultanea nelle dirette, al numero limitato di views a disposizione. Si spera questo basti a dissuadere dall’idea di trasmigrare un festival in rete.

Tuttavia, qualsiasi sia la forma di un festival, la cosa più importante, oltre alla salute, sono i film. The Earth is Blue as an Orange” di Iryna Tsilyk già presente al Sundance e molto amato dal pubblico dell’ultima Berlinale è premiato come miglior documentario ucraino. Il film nel film: una donna e i suoi figli nel Donbass raccontano e (ri)mettono in scena la propria esperienza di guerra, il tutto ripreso a sua volta dalla Tsilyk ed è arduo definire i confini tra i due lavori.

Sullo stesso tema il documentario di Roman Liubyi “War Note” è costruito sui video di telefoni e camere GoPro dei soldati al fronte senza troppa cura per la nitidezza delle immagini in un quasi disturbante effetto di camera a mano. L’Ucraina non è solo guerra. Don’t Worry, The Doors Will Open” di Oksana Karpovych è un viaggio, letteralmente, a bordo della elektrychka, il tipico treno sovietico per pendolari che collega Kiev a piccole città di provincia.

Una società in movimento da/verso una post rivoluzione con i suoi venditori ambulanti, lavoratori, babushke in visita ai figli, soldati partiti volontari, ragazzini irrequieti. Dalla Georgia arriva “A Tunnel” di Nino Orjonikidze e Vano Arsenishvili, ovvero come un angolo sperduto di montagna con i propri ritmi è messo in crisi dall’arrivo dei cinesi che qui stanno costruendo una sezione del mastodontico progetto della nuova via della seta. Ogni componente è perfettamente in equilibrio sull’altra: le tradizioni, la comunità, la bellezza della natura, lo sfruttamento dei lavoratori, la propaganda politica.

Anche in Newtopia” del norvegese avventuriero Audun Amundsen la natura a fatica si difende dall’intervento umano. Il regista fa della sua esperienza all’interno di una tribù indonesiana che vive nella giungla senza acqua corrente ed elettricità un diario autobiografico e di denuncia sociale. La sua ricerca di un mondo intatto lascia presto il posto alle inevitabili disillusioni dell’apertura della tribù alla modernità e alla sopravvivenza economica. Le contraddizioni non risparmieranno neanche l’autore stesso che in preda ad un forte infezione agli occhi dovrà mettere da parte le medicine tradizionali e affidarsi ai farmaci del viaggiatore occidentale.

Gli attriti culturali sono alla base del documentario Buddha in Africa” di Nicole Schafer. Enock è un adolescente del Malawi cresciuto in un orfanotrofio cinese con la totale rialfabetizzazione di lingua e cultura che questo comporta. Presto dovrà prendere una decisione: tornare a vivere al villaggio con la sua famiglia o sfruttare l’occasione per studiare a Taiwan allontanandosi ancora di più dalla sua terra. Un lavoro che riflette sull’influenza cinese nel continente africano.

Al di là dell’Oceano si segnala il crudo sguardo di Andrés Figueredo con “The Causesu una prigione venezuelana minata dal sovraffollamento, dalle leggi di autogestione dei detenuti e la violenza anche oltre il perimetro della reclusione. Che forma può avere il riscatto sociale per chi è cresciuto con la pistola in mano? Figueredo non ha risposte, si limita a descrivere la vita quotidiana di chi vive il dentro e fuori in una osmosi infinita.

Il potere ha molte facce e Ksenia Okhapkina coglie alcuni suoi pericoli in Immortal, un inquietante scorcio su una cittadina industriale del nord della Russia in cui i bambini fanno esercitazioni militari e le bambine imparano la disciplina a scuola di danza. Sullo sfondo parate militari tra tempeste di neve. La filmmaker russa descrive l’indottrinamento dei cittadini lasciando da parte i risvolti psicologici e mostrando l’ubiquità dell’ideologia.

La burocrazia e i lati più grotteschi del controllo sociale per Maksim Shved (“Pure Art”) sono lo spunto per pedinare l’artista Zahkar Kudin per le vie di Minsk mentre realizza quadri astratti su grandi tele poggiate ai muri. Kudin si inspira al lavoro delle impiegate comunali Zina e Inna che pazientemente coprono ogni giorno, spesso su segnalazioni di cittadini, con vernici colorate graffiti e slogan. I passanti si fermano incuriositi e discorrono con Kudin di arte e altre faccende. Anche sotto il gelo di Minsk batte un cuore di umanità.

Il festival dedica la sua retrospettiva all’attrice, montatrice, direttrice della fotografia e documentarista Claire Simon.  In “The Village” Simon,in una serie di episodi per una durata totale di cinque ore, ci porta per le strade di Lussas, nel sud della Francia, dove una comunità di documentaristi ha messo in piedi una sorta di Hollywood bucolica. Senza un vigneto anche il virtuale emerge dal divano un po’ tronco.

Pubblicato su Alias/Il Manifesto

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