Il fascino sottovalutato dei festival è la partecipazione ai dibattiti con gli autori. Si è tornati (anche) in presenza all’iperfarcito programma del DOK di Lipsia dello scorso ottobre e con piacere abbiamo ritrovato Avi Mograbi a cui il festival ha reso omaggio proiettando alcuni suoi lavori: “Once I Entered a Garden” (2012), “Z32” (2008) e “The first 54 Years- An Abbreviated Manual for Military Occupation” (2021). Un approccio personalissimo al racconto politico sul conflitto tra arabi e israeliani, in cui l’autore non si nasconde, letteralmente, dietro la macchina da presa lasciando una amarissima ironia colare sulle dure testimonianze dei veterani dell’associazione “Breaking the Silence”.

Nella ricerca continua di rendere semplice ciò che è complesso Mograbi ha spiegato in una affollata masterclass il suo rapporto con la materia “reale”. Il regista gioca un ruolo, nell’ormai svelato segreto che la realtà non parli mai da sola e il patto con lo spettatore è quello di presentare un’idea possibile di realtà inaspettatamente rivelata. L’esempio è un estratto del documentario “How I Learned to Overcome My Fears and Love Arik Sharon” (1996): l’umana banalità di un criminale di guerra rivelatasi da un pedinamento dell’autore fatto di piccole chiacchiere per andare, registicamente, oltre le ovvie distanze politiche tra i due. Ma non è solo sulla filmografia di Mograbi che il festival ha deciso di aggirarsi tastando i polsi alla percezione delle apparenze.

A fare il verso al tema c’è il documentario di Johanna Seggelke “Reality Must Be Adressed” premiato con il Young Eyes Film Award. Un coming of age soffuso sulle orme di una amicizia profonda con una ragazza durante un viaggio della stessa autrice in Sud Africa, tra intimità e distacco su quel che sarà. Ci si chiede, tuttavia, perché spesso le voci fuori campo debbano essere altrettanto afflitte come se si fosse in fin di vita. È stata proprio la memoria ad inaugurare il festival con il lavoro di Offer Avnon, “The Rhine Flows to the Mediterranean Sea: dopo anni trascorsi in Germania il filmmaker ritorna ad Haifa e intesse un racconto sulla sua identità e le origini ritrovate tramite conversazioni, frammenti di paesaggi tra il Reno, il fiume Neiße, la Polonia e Israele. Avnon, figlio di un sopravvissuto polacco, incastra domande e possibili risposte su traumi e rimozioni. Ogni questione ne rigenera un’altra, qual è la percezione individuale della memoria plasmata da una nazione, religione o appartenenza a un gruppo politico? Il film del regista israeliano non si arrende a semplici constatazioni.

Il premio più importante, la colomba d’oro per il miglior documentario internazionale, è per Father” di Wei Deng, tra tradizione e cambiamento nella Cina contemporanea. Il regista filma il nonno Zuogui, ottantasei anni e cieco dall’infanzia, la cui “attività” di indovino gli ha permesso di sopravvivere. Ancora oggi molti si rivolgono a lui per consigli e previsioni, tra cui il figlio Donggu, un costruttore alla ricerca perenne di nuovi affari. Zuogui si muove con difficoltà nella casa che il figlio ha abbattuto e ricostruito; la prosperità e il boom economico sono per lui un problema fisico e solo quando uno dei progetti di Donggu sta per fallire tra i due può ristabilirsi una comunicazione intergenerazionale.

Che cos’è la ricerca dell’identità se si prescinde dalla natura? Lo sanno bene le due protagoniste, madre e figlia, del documentario, colomba d’argento, “Bucolic” di Karol Pałka. Danusia e Basia vivono nella campagna estrema di un villaggio polacco in una casa sgangherata presa in prestito da qualche vecchia favola esteuropea, tra vecchi utensili e numerosi oggetti devozionali. L’autore dipinge una esistenza densa e avulsa dal mondo ma in connessione con il soprannaturale legato alla terra più che al Cattolicesimo.

A migliaia di chilometri Liem, appartenente alla minoranza etnica Sedang, si appresta a vivere una spedizione nella giungla, per continuare la tradizione dei suoi antenati cacciatori. Dust of Modern Life” di Franziska von Stenglin, girato in Super 16, si immerge ipnoticamente in una comunità appartata dell’altopiano centrale vietnamita, con un ritmo musicale sillabato dagli insetti, dal rumore della pioggia, dagli altoparlanti con le notizie ufficiali e dai balli a base di musica pop. Una delle solite sviste delle giurie, peccato.

Ma la natura è anche matrigna, desolante e in balia della politica: The Great Basin” di Chivas DeVinck e “Water Has No Borders” di Maradia Tsaava da diverse latitudini ne affrontano il senso. Il primo ci porta nel Nevada orientale, White Pine County, dove da trent’anni si discute sulla costruzione di una conduttura dell’acqua che arrivi a Las Vegas ovviando all’aridità del territorio. Tuttavia, a DeVinck interessa di più la comunità frastagliata di persone che lì vivono per creare un collage umano che includa anche contadini peruviani, avventori di bar e prostitute. La georgiana Tsaava guarda al confine tra Georgia e Abcasia attraverso una centrale idroelettrica che non impedisce all’acqua di passare sotterranea da una parte all’altra e ai lavoratori “in superficie” di attraversare il checkpoint ma per tutti gli altri non sembra così semplice. La regista è bloccata con la sua troupe dalla burocrazia e nel frattempo si registrano storie e voci, sconfinamenti legali e clandestini, matrimoni e funerali.

Se la memoria diventa una questione privata e linguistica in “Our Quiet Place” di Elitza Gueorguieva che segue il processo di scrittura in francese della bielorussa Aliona Gloukhova sulla scomparsa del padre, dissidente ed esperto di Chernobyl, in “Our Memory Belong to Us” (Film Prize Leipziger Ring) di Rami Farah e Byrge Sørensen la memoria collettiva è quella della rivoluzione siriana di Daraa tra il 2011 e 2012. 13.000 video raccolti da un gruppo di civili resistenti e il confronto anni dopo tra alcuni di loro alla proiezione “privata” del materiale in un teatro di Parigi. Il repertorio di immagini e storie può giustificare tutto il dolore e la violenza che la memoria riporta indietro? Una domanda decisiva a cui il documentario dà/è la soluzione.

All’annosa questione su cosa sia la realtà la risposta geniale è quella di Paweł Łoziński: ciò che scorre al di là del tuo balcone. In “Balcony Movie” (premio del canale MDR per il miglior film dell’Est Europa) il regista polacco punta la camera dal balcone di casa, intercetta passanti di tutte le età e tipi, si intrattiene a parlare con loro del senso della vita. Prima dei lockdown, prima di preoccuparsi di essere diventati migliori.

Pubblicato su Alias- Il Manifesto

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