Fassbinder Forever

“No, io non descrivo la storia in senso fatalistico, piuttosto la descrivo come qualcosa che può venir modificato e influenzato dal singolo: il mio film mostra chiaramente che l’individuo è capace di manovrare la sua realtà, e che, in fin dei conti, è responsabile della storia come della realtà politica, in cui vive laddove invece finge spesso di essere solo testimone e vittima dei vari colpi mancini del destino”.

Così Rainer Werner Fassbinder rispondeva alla giornalista Myriam Muhm in merito al suo Berlin Alexanderplatz” (1980) un anno prima della nascita di chi scrive. Come, quindi, e quanto oggi la sua poetica è ancora attuale, al netto del discorso generico dell’opera sempre aperta? Al Martin Gropius Bau di Berlino, fino al 23 agosto 2015, una mostra ricorda il genio bavarese che a 37 anni ha lasciato 44 film e un’impronta profondissima sul nuovo cinema tedesco a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta.

Nel mondo fassbinderiano la politica si incastra al vissuto personale, le sovrastrutture repressive interne alla società della Germania Ovest rimandano a una visione lucida sul pre e post nazionalsocialismo come anche sui cambiamenti, o presunti tali, del suo tempo: il femminismo, il rapporto tra i sessi, le accuse al capitalismo, le autorappresentazioni e celebrazioni della borghesia, il vampirismo nella accezione “conformista” di amore.

Gli stessi temi e tratti stilistici della sua immane produzione ritornano nei lavori di alcuni artisti contemporanei, come l’esposizione stessa dichiara: “Fassbinder Jetzt”, Fassbinder ora. Runa Islam nella video installazione “Turn Garden esplora le riprese “circolari” del maestro Rainer citando “Martha” (1974), insistendo sul senso che ciò aveva per l’autore tedesco, ovvero il potere dell’illusione, il cortocircuito tra immaginazione, realtà e storia.

Le foto di Jeff Wall evocano la quotidianità di interni borghesi tanto plastici quanto disperati come nel piccolo e devastante cortometraggio di Tom Geens del 2009 “You’re the stranger here” , ambientato in un tempo fascista imprecisato. Se l’opera è sempre aperta allora si può continuare a tradurla, come fa l’artista Ming Wong in “Lerne Deutsch mit Petra von Kant” (2007) (imparo il tedesco con Petra von Kant) sdoppiato in video e stampe di fotogrammi in cui l’artista mette in scena, volutamente ironico e patetico, l’accorato monologo della Petra di Fassbinder.

Non solo: la riproduzione del testo, con la traduzione inglese a fianco, è un percorso quasi didattico nello studio della lingua tedesca, proponendosi come guida interculturale tra il lavoro stesso di Wong e la vera Petra. Infine si ritorna sempre a lui, Rainer, come una dichiarazione d’amore multipla.

L’esposizione di un divano circolare, frammenti di film, fotografie di scena, il piano di lavorazione di “Alexanderplatz” (un pannello suddiviso in calcoli e geometrie ai confini dell’insano), nastri con le registrazioni audio, passo passo, scena per scena, dello script del film tratto dal libro di Döblin e montagne di appunti, bozzetti, sottovetro, come delle sante reliquie.

In un’ultima stanza gli abiti creati dalla costumista Barbara Baum, eleganti e rarefatti come una Lili Marleen che scende dalle scale e canta sotto una svastica. Non c’è interruzione semantica tra nazismo e dopoguerra nei film di Fassbinder, i personaggi sono posti metaforicamente o palesemente davanti alle pieghe oscure della memoria storica e ad una irrisolta attualità.

Le donne sbandierano la loro emancipazione per poi rendersi conto che non sono affatto libere o non sanno che farsene della libertà, a contatto con il potere, maschile, contro cui (e sadomasochisticamente verso) lottano per affermarsi come individui. Per tutto questo Fassbinder non può che essere anche oggi, jetzt.

Pubblicato su Alias- Il Manifesto per “Moscow Mule”

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