Flotel Europa

La barca non va. In un canale di Copenhagen una grossa nave, “Flotel Europa”, ospita circa mille profughi dalla Bosnia ed Erzegovina: è il 1992 e tutti sono in attesa di un responso alla loro richiesta di asilo, per ora non c’è altro luogo dove il governo danese possa alloggiarli. Un Hotel che galleggia, nel limbo della storia.

Ma visto che le storie si possono raccontare in tanti modi, un giovane regista di Sarajevo, Vladimir Tomić, che in quella barca, allora dodicenne, ha vissuto per molti mesi con la madre e il fratello, ripercorre la sua biografia ripescando vecchi VHS usati come lettera da spedire a casa, descrivendo l’inizio di una nuova vita.

“Flotel Europa”, un documentario low budget con coproduzione danese e serba, presentato all’ultima Berlinale nella sezione “Forum” e premiato come miglior lavoro di questa rassegna dal quotidiano tedesco Tagesspiegel, è un assemblaggio di questi ricordi video, come un romanzo di formazione con la voce off dello stesso regista, qualche frammento di un vecchio film jugoslavo partigiano (Bosko Buha, 1978), un corto circuito tra identità e l’atto stesso del cinema.

In mezzo scorre tanta ironia nel descrivere la vita quotidiana, le prove tecniche di una integrazione dentro un “microcosmo” ritrovato in cui le ombre e le bombe arrivano ugualmente, attraverso i telegiornali dentro una fumosa sala tv, come immersi in una surreale crociera ai margini della levigata Danimarca.

Un recupero del girato (da altri e chissà dove finito negli anni) e una digitalizzazione dello stesso che ha impiegato tempo al fine di un montaggio preciso e mai logorroico. Tomić è bravo a restare sempre un passo indietro alla commozione gratuita, anche mentre tutto è confuso e di idilliaco non c’è davvero nulla: scorci di manifestazioni, assemblee di protesta per una vita stipata in cabina, conflitti interni, e con un dolce distacco viene raccontata anche la storia di chi non ha avuto abbastanza forza per resistere.

Qual è il rapporto finale tra memoria, il video e l’identità? Per il regista, già autore di lavori che scavano nelle pieghe della sua memoria, seppur in modo meno ironico che in “Flotel Europa”, come “Lost generation” o “Echo”, il video è una prova di qualcosa che davvero esiste e non può più spacciarsi per inesistente, dell’invisibile che viene a galla e che nei fatti crudi e nudi si traduce nella giornata smarrita di un giovane in fuga, adolescente come tanti.

Con curiosità e discrezione entriamo in una nave ferma in un canale e vediamo ciò che è sempre difficile vedere adesso che la storia è (forse) cambiata e ci si chiede dove stanno “tutti questi che scappano” e se fosse davvero possibile fare ore e ore di filmati di un giorno qualunque e se alla fine, come in “Flotel Europa” qualcuno organizza balli di gruppo tradizionali, jam sessions, o esasperato scaraventa nel canale la televisione che solerti volontari della croce rossa ricomprano e saldano al muro.

Infine il cinema come reperto archeologico. Ci si chiedeva che fine potessero fare le belle storie una volta che avremmo visto i film su un francobollo del Nicaragua invece eccoci ancora qua a verificare che non è successo niente di irreparabile, che un tremolante sistema analogico, oltre a essere vivo, ha tutta la consistenza della memoria, nelle sue imprecisioni e tragicommedie e che nulla gli impedisce di maritarsi felicemente con le “cose moderne”.

Pubblicato su Alias- Il Manifesto per la rubrica “Moscow Mule”

0 Comments

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.