In un centro rifugiati di una cittadina tedesca il giovane Parvis, nato in Germania da genitori iraniani, è costretto a “scontare” 120 ore di servizio sociale per blande attività di taccheggio. Tra i tanti ragazzi in attesa di giudizio su una possibile permanenza, Parvis conosce i fratelli iraniani Banafshe e Amon.

Faraz Shariat è l’altrettanto giovane (1994) regista di questo film:Futur Drei-No Hard Feelings, vincitore del Teddy Bear all’ultima Berlinale, al quale ha affidato il suo esordio autobiografico (compreso il taccheggio e i genitori attori). Shariat è cresciuto a Colonia da famiglia iraniana e fa parte del collettivo artistico Jünglinge di dichiarata matrice post-migratoria.

Il film, scritto da Shariat assieme a Paulina Lorenz, cerca di addentrarsi nel tema dell’appartenenza a una sessualità, a un luogo, a una identità, insieme ad un racconto di formazione e di integrazione. A Parvis resta incollato lo stereotipo esotico quando cerca appuntamenti sulle chat di incontri, un marchio etnico figlio illegittimo del sottile razzismo perbene diffuso nell’ Occidente avanzato e moderno. Per Amon, di cui Parvis si innamora, e per sua sorella Banafshe, il giovane nato in Germania è un privilegiato che non capisce il loro dramma (rifiutando il suo privilegio) e solo una fiducia conquistata nel tempo chiarirà l’equivoco.

Ma. Nel film di Shariat non ci sono attriti, conflitti netti se non quelli che riguardano l’eredità da lasciare alle seconde generazioni; i genitori di Parvis sono più preoccupati per le possibilità non colte dal figlio dopo i loro sacrifici da immigrati che per le sue frequentazioni. Perfino la tensione con la polizia, con la società, sembra restare sullo sfondo, come un’eco lontana che ci ha reso avvezzi e/o solo superficiali?

Nonostante la tanta carne sulla brace “Futur Drei” risulta spesso patinato, dolciastro come un lecca lecca, non sgradevole eppure privo di tensione. Anche le scene di sesso (il film in Germania è vietato ai minori di 16 anni) sono esplicite ma sensuali e morbide, in ogni caso nulla che un minore di 16 anni non abbia già visto altrove. Edulcorato come un album di Instagram, con colori pastello e colonne sonore tratte da cartoni animati.

L’obiezione razionale che si può avanzare è la consapevole scelta stilistica con un chiaro punto di vista. Basta vittimismi, basta coming out dolorosi, smettetela anche di chiederci da dove veniamo e da quanto tempo siamo qui visto che ci siamo nati. Siamo glam, siamo pop, un pop aggressivo, come nella presentazione di Jünglinge viene ribadito. La domanda che il cinema, tuttavia, non può smettere di fare è come raccontare le fibrillazioni emotive delle identità, restando giocosi, ma lasciando un po’ nell’armadio i triti costumi di Priscilla, la fu regina del deserto.

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