German Mumblecore

La forza imprevedibile di uno script scheletrico si impossessa di molti giovani registi tedeschi in quello che viene definito German Mumblecore: movimento di cinema indipendente a base di borbottii (mumbles) declinato in divaganti chiacchiere di protagonisti tra venti e trent’anni che mettono a nudo le loro emozioni.

Il precedente storico è americano, di piccole produzioni a bassissimo budget che all’inizio degli anni Duemila sfornano tragicommedie con attori pochi noti e qualche ripresa maldestra. Niente snodo narrativo che evoca capolavori ma film che si presentano anticonvenzionali nella forma. In principio pare che fu Andrew Bujalski con “Funny Ha Ha” (2002) ad aprire le danze con una storia post college in cui non c’è ancora molta voglia di affrontare le paturnie adulte; tanta tenerezza nell’aria, con una fotografia ancora molto 90’s, ma un fresco realismo è di certo la sua, la loro, peculiarità maggiore.

Non si tratta di produzioni che si aggirano (solo) per cantine, Humpday” (2009), ad esempio, si presenta al Sundance Festival e a Cannes: è girato in due settimane e i dialoghi sono improvvisati. La lista si allarga con i fratelli Duplass e il loro “Baghead” (2008), “Quiet City”(2007) di Aaron Katz , “Hannah take the stairs” di Joe Swanberg e molti altri.

Gli ingredienti sono gli stessi anche nel filone tedesco, sempre con la presenza di dialoghi importanti dai cui parte uno sviluppo “esplosivo”, un gioco di improvvisazione quasi teatrale nella non- sceneggiatura. In “Frontalwatte”(2011) il regista bavarese Jakob Lass descrive una gioventù qualunque spersa tra poetry slams e lezioni di triangolo ma è “Love Steaks” (2013) il suo lavoro più maturo, ambientato in un hotel sul Mar Baltico, tra storie d’amore e licenziamenti, dove alcuni attori sono i veri dipendenti dell’hotel stesso.

Per l’occasione viene anche partorito il concetto di Fogma, sulla scia di Dogma 95, il cui manifesto ribadisce la forza della narrazione come davanti a una sceneggiatura tradizionale, la freschezza di un film improvvisato e rivendica l’assurdità autentica di un documentario. Papa Gold” (2010) di Tom Lass, anche attore protagonista, ha un budget di 2500 Euro e racconta, tra occhiaie e petti di pollo, la vita gaudente berlinese di Denny a cui un giorno fa visita il secondo marito della madre.

Le relazioni sono compulsive, l’intimità profonda può latitare, l’educazione sentimentale diventa un deus ex machina, ma pur scappando dalle decisioni non si può non provare empatia per i perdenti rappresentati. Sullo stesso mood è anche Kaptn Oskar” (2012) mentre “Klappe Cowboy” (2011) di Timo Jacobs, attraverso le esperienze di un giovane filmaker che arriva a Berlino con il sogno di girare un grande capolavoro, mette in scena con ironia e accenti grotteschi il mondo creativo della capitale tedesca i cui ambienti, meno artistici, del quartiere periferico di Marzahn caratterizzano “Dicke Mädchen” (2011) di Axel Ranisch.

In questo film, il cui budget ammonta a 517, 32 Euro, il robusto protagonista Sven ha trent’anni e una madre demente assistita a domicilio dall’infermiere altrettanto corpulento Daniel, di cui si innamora Sven. Il regista torna nell’inferno familiare anche con “Ich fühle mich Disco” (2013), tratteggiando una delicato rapporto tra padre e figlio, tema trattato anche da Hanna Doose in “Staub auf unsere Herzen” (2012), una commedia tanto amara quanto realistica su un tardo processo di emancipazione dalla presenza materna in collisione con il timore di non aver raggiunto nulla nella propria vita alla soglia dei trent’anni.

“Puppe, Icke & der Dicke”(2012) diretto da Felix Stienz è un road movie che viaggia da Parigi a Berlino con a bordo Europe, una cieca incinta di uno sbandato berlinese, Bruno che vuole ricostruire la storia della sua famiglia e Icke, appena licenziato e anche lui in cerca di qualcosa. Swinger Club” (2005) di Jan Georg Schütte è l’ulteriore esempio dello stile mumblecore: lo script è un esperimento teatrale, creato dagli attori stessi la cui performance ad un certo punto viene registrata live senza interruzioni.

Pubblicato su Alias- Il Manifesto per la rubrica “Moscow Mule”

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