La mia Giungla in Cambogia. Il minivan è diventato un compagno di viaggio; un microcosmo più asettico di quelli libanesi dove turisti e viaggiatori con lo zaino si contano (ormai?) sui polpastrelli delle dita. Come un fidato compagno di viaggio il minivan ha in sé dei rituali ciclici: le tappe per il bagno, il wifi pubblicizzato ma inesistente, l’aria condizionata che sfiora temperature siberiane e la stretta prossimità con gli altri viaggiatori, la cui presenza fisica non è diradata come su un normale bus.

Assieme a me questa volta viaggia un americano che orgogliosamente dice che non fa nulla; con i suoi risparmi ha detto ciao a tutti e vive da allora nelle Filippine. Non è il primo che incontro e, di fronte alla premura che abbiamo tutti nel promuoverci, queste biografie stridono.

Kampot è nel sud della Cambogia, una cittadina silente, adagiata sul fiume Prek Kampot, a una manciata di chilometri dal confine vietnamita, famosa per le sue piantagioni di pepe e per il suo discreto fascino post coloniale. Sulla strada per arrivarci incontro baracche, uomini e carni appese, polvere mista all’odore della spazzatura che bolle per il caldo e l’umidità. All’orizzonte gli orli delle palme e dietro il profilo delle montagne.

Dormo in un posto nella giungla, va bene, è un posto addomesticato, con altre persone, ma gli insetti e le zanzare sono reali e selvatici, e da loro ci si può difendere solo con una lozione di puro veleno. I dintorni di Kampot, attraversati in moto, svelano tutta la struggente bellezza della campagna cambogiana; come dei lunghi pomeriggi estivi quando il sole sta per tramontare e l’aria si sospende sulle strade.

Scopro anche alberi della frutta mai visti, il geco, la papaya e l’albero del pepe, mi perdo alla ricerca della strada d’asfalto che lambisce la giungla, e piombo tra i villaggi dei pescatori che aggiustano le reti e non fanno nemmeno caso alla mia ingombrante presenza. Quando torno sulla strada “vera” si snocciolano una dopo l’altra frammenti di vita quotidiana: sedute collettive davanti alla tv, venditori di sale, gendarmi che cullano i figli.

I giorni nella giungla si rincorrono, uno dopo l’altro; la sera arriva assieme agli scarafaggi riversi a terra, sul dorso. I cambogiani dormono ovunque, come dei grossi gatti dalla pelle scurissima; uno di loro alla frontiera, un addetto all’immigrazione, aveva un corno appeso al collo e alcune unghie delle mani lunghe.

La giungla in Cambogia sembra essere percorsa, nei suoi lati accessibili, dalla terra battuta, colma di buche e crateri di sassi, e con donne minute che vendono fritti e letture della mano. Il sole che cala cambia colore, sfumatura, a secondo della nuvola su cui inciampa. La punta delle palme basse si lascia inzuppare dalla sfuriata pomeridiana di pioggia tropicale. Io crollo addormentata, non so se per sonno o per estasi.

Mi svegliano i racconti di un tale ad altri viaggiatori, oh lui che viaggia da cinque anni ne avrà di cose da dire. È accompagnato da una donna elefante che resta in silenzio tutto il tempo mentre lui parla della sua incredibile vita, e tra le righe anche della sua solitudine, ma non è così quando si vive tutti in cattività e ogni malumore e ricordo è condiviso, come le sigarette, la comprensione, la spartizione della stessa baracca in cui ci troviamo a vivere, a ciondolare, tra una storia e un’altra, tra un cambio di vita e una scelta?

Ho fatto un giro in bicicletta, arrugginita, per i villaggi. Sulla terra battuta della giungla in Cambogia, morbida per il fango e la pioggia, le ruote affondano, schizzando l’acqua arancione su piedi e polpacci. Il richiamo del muezzin, il latrato dei cani e il verso dei galli che attraversano la strada. Lo sciame dei motorini, e i bambini che ripetono senza pause hello hello, i vari bar Las Vegas, con quei bravi ragazzi che giocano a biliardo, in mezzo al niente.

Ponti di legno e di ferro, viottoli laterali che si perdono nella giungla scura, che finiscono sugli affluenti in cui qualcuno si fa il bagno. Piccoli bazar, matrimoni pomposi con relativi addobbi da montare e smontare.

Sulla terra battuta crescono le palme e un cartello ogni dieci metri promette una spiaggia. È tutta qui la mia piccola Cambogia, mutilata dalla Storia, povera e ancora sorridente. Pedalando nella giungla  sono arrivata fino alla periferia che prelude alla città, sul lungofiume dove sono seduti tutti quelli che l’hanno scoperta pensando di arrivare in India.

 

 

 

 

 

 

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