Giungla in Cambogia

0 Commenti 80 visualizzazioni 6 minuti di lettura

Cambogia per principianti

La mia Giungla in Cambogia. Il minivan è diventato un compagno di viaggio; un microcosmo più asettico di quelli libanesi dove turisti e viaggiatori con lo zaino si contano (ormai?) sui polpastrelli delle dita. Come un fidato compagno di viaggio il minivan ha in sé dei rituali ciclici: le tappe per il bagno, il wifi pubblicizzato ma inesistente, l’aria condizionata che sfiora temperature siberiane e la stretta prossimità con gli altri viaggiatori, la cui presenza fisica non è diradata come su un normale bus.

Assieme a me questa volta viaggia un americano che orgogliosamente dice che non fa nulla; con i suoi risparmi ha detto ciao a tutti e vive da allora nelle Filippine. Non è il primo che incontro e, di fronte alla premura che abbiamo tutti nel promuoverci, queste biografie stridono.

Kampot, una meta speciale

Kampot è nel sud della Cambogia, una cittadina silente, adagiata sul fiume Prek Kampot, a una manciata di chilometri dal confine vietnamita, famosa per le sue piantagioni di pepe e per il suo discreto fascino post coloniale. Sulla strada per arrivarci incontro baracche, uomini e carni appese, polvere mista all’odore della spazzatura che bolle per il caldo e l’umidità. All’orizzonte gli orli delle palme e dietro il profilo delle montagne.

Dormo in un posto nella giungla, va bene, è un posto addomesticato, con altre persone, ma gli insetti e le zanzare sono reali e selvatici, e da loro ci si può difendere solo con una lozione di puro veleno. I dintorni di Kampot, attraversati in moto, svelano tutta la struggente bellezza della campagna cambogiana; come dei lunghi pomeriggi estivi quando il sole sta per tramontare e l’aria si sospende sulle strade.

Frutta e magia

Scopro anche alberi della frutta mai visti, il geco, la papaya e l’albero del pepe, mi perdo alla ricerca della strada d’asfalto che lambisce la giungla, e piombo tra i villaggi dei pescatori che aggiustano le reti e non fanno nemmeno caso alla mia ingombrante presenza. Quando torno sulla strada “vera” si snocciolano una dopo l’altra frammenti di vita quotidiana: sedute collettive davanti alla tv, venditori di sale, gendarmi che cullano i figli.

I giorni nella giungla si rincorrono, uno dopo l’altro; la sera arriva assieme agli scarafaggi riversi a terra, sul dorso. I cambogiani dormono ovunque, come dei grossi gatti dalla pelle scurissima; uno di loro alla frontiera, un addetto all’immigrazione, aveva un corno appeso al collo e alcune unghie delle mani lunghe.

La giungla in Cambogia sembra essere percorsa, nei suoi lati accessibili, dalla terra battuta, colma di buche e crateri di sassi, e con donne minute che vendono fritti e letture della mano. Il sole che cala cambia colore, sfumatura, a secondo della nuvola su cui inciampa. La punta delle palme basse si lascia inzuppare dalla sfuriata pomeridiana di pioggia tropicale. Io crollo addormentata, non so se per sonno o per estasi.

In bici per i villaggi

Mi svegliano i racconti di un tale ad altri viaggiatori, oh lui che viaggia da cinque anni ne avrà di cose da dire. È accompagnato da una donna elefante che resta in silenzio tutto il tempo mentre lui parla della sua incredibile vita, e tra le righe anche della sua solitudine, ma non è così quando si vive tutti in cattività e ogni malumore e ricordo è condiviso, come le sigarette, la comprensione, la spartizione della stessa baracca in cui ci troviamo a vivere, a ciondolare, tra una storia e un’altra, tra un cambio di vita e una scelta?

Ho fatto un giro in bicicletta, arrugginita, per i villaggi. Sulla terra battuta della giungla in Cambogia, morbida per il fango e la pioggia, le ruote affondano, schizzando l’acqua arancione su piedi e polpacci. Il richiamo del muezzin, il latrato dei cani e il verso dei galli che attraversano la strada. Lo sciame dei motorini, e i bambini che ripetono senza pause hello hello, i vari bar Las Vegas, con quei bravi ragazzi che giocano a biliardo, in mezzo al niente.

Riassunto dolce

Ponti di legno e di ferro, viottoli laterali che si perdono nella giungla scura, che finiscono sugli affluenti in cui qualcuno si fa il bagno. Piccoli bazar, matrimoni pomposi con relativi addobbi da montare e smontare.

Sulla terra battuta crescono le palme e un cartello ogni dieci metri promette una spiaggia. È tutta qui la mia piccola Cambogia, mutilata dalla Storia, povera e ancora sorridente. Pedalando nella giungla  sono arrivata fino alla periferia che prelude alla città, sul lungofiume dove sono seduti tutti quelli che l’hanno scoperta pensando di arrivare in India.

Lascia un commento

Adblock Detected

Supportaci disabilitando l'estensione AdBlocker dal tuo browser per il nostro sito web.