Gli incontri di Arles

Nel 1970 il fotografo Lucien Clergue, lo scrittore Michel Tournier e lo storico Jean-Maurice Rouquette fondano un festival di fotografia Les Rencontres de la photographie, con il materiale inedito dei maestri e le belle perle dei nuovi autori. Le piccole cappelle medioevali, complessi industriali ottocenteschi, chiostri silenziosi, musei, sono questi i luoghi dell’esposizione annuale (fino al 20 Settembre 2015), incastrati tra le vecchie pietre che ispirarono Van Gogh e che oggi tengono viva la loro grazia nonostante i souvenir a base di lavanda provenzale.

Un’immersione dentro la fotografia giapponese attraverso almeno duecento lavori, alcuni di questi inediti in Europa, si svela allo spettatore nello scenario iperminimalista dell’Église Sainte-Anne in una selezione di fotografie a cavallo tra il vintage e il contemporaneo. Le ossessioni di Masahisa Fukase nel ritrarre spicchi di vita privata con una lunga serie dedicata alla moglie, i lati oscuri della vita urbana ripresi da Daido Moriyama e le pose dell’attore Simon Yotsuya per il genio Eikoh Hosoe.

L’America come incubo e sogno è quella delle insegne luminose di Toon Michiels, notturne e diurne, per le roads degli anni Settanta, le strade di New York e l’ironia applicata alla fotografia di moda di William Klein. Nella gotica Église des Frères Prècheurs, oggi dismessa, si alternano in loop le immagini di Martin Paar, fotografo inglese, che mai ha abbandonato lo sguardo sardonico sulle società occidentali, le cui movenze quasi stridono di fronte all’eleganza del mostro Cartier- Bresson.

E dire che i due sono anche accostati per un attimo su qualche pannello che lascia spazio alle periferie dell’autore algerino Mohamed Bourouissa o a qualche breve incursione nell’universo di Mario Giacomelli con la sua brulla provincia italiana. Se Marie Bovo si ficca nel cuore marsigliese di cortili e panni appesi, con prospettive vertiginose, Cloé Vignaud si perde nel Messico reale e immaginario delle pagine dei detectives selvaggi di Roberto Bolaño. La riflessione più atroce e attuale è quella di Paolo Woods e Gabriele Galimberti sul mondo opaco dei paradisi fiscali (“The Heavens, Annual Report”) e del loro potere. Un mondo insolito e pericolosamente immateriale colto viaggiando tra il Delaware, Singapore, Panama, Cayman, ma anche Londra, Amsterdam, Lussemburgo e le fantomatiche British Virgin Islands.

Lontano dalle spiagge esotiche, questi paradisi mostrano la lunga mano dell’economia odierna: il suo rapporto con la morale, il conflitto tra pubblico e privato, tra gli stati e le companies e soprattutto tra chi ha e chi non ha, paradossalmente a contatto con la possibilità (vedi Delaware) di aprire una LCC in venti minuti senza troppe scartoffie. D’altronde come diceva il buon Mapplethorpe:“cos’è la fotografia se non un modo più sbrigativo per fare una scultura?”

Pubblicato su Alias- Il Manifesto per la rubrica “Moscow Mule”

*Foto di Masahisa Fukase

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