I figli della Germania Musulmana

Kitab è un termine arabo utilizzato per i libri in generale e per uno in particolare, il Corano, ma il termine è per estensione legato all’insegnamento religioso. Kitab è anche il nome di una associazione di Brema che fornisce sostegno ai familiari di giovani coinvolti in gruppi legati all’estremismo islamico, lavorando in contemporanea con assistenti sociali, educatori e con gli stessi ragazzi.

La questione per la Germania non è di certo inedita: il salafismo risulta il movimento islamico più attivo, nonostante non tutti i salafiti, anche “politici”, siano automaticamente da considerarsi terroristi, da questo ambiente proviene la maggioranza dei gruppi banditi e delle organizzazioni smantellate. Il Bundesamt für Verfassungsschutz (l’Ufficio federale per la tutela della Costituzione) non è in grado di fornire dati certi sulla eventuale concreta partecipazione alla rete terroristica internazionale, mentre è definita la lista (circa 12) delle organizzazioni proibite dalla legge con relativi sotto gruppi (circa 35).

Numeri incerti dell’ intelligence tedesca rimbalzano sui media nazionali in base ai quali almeno 500 individui dalla Germania siano partiti verso la Siria e l’Iraq e almeno 150 siano tornati. Molti di loro non parlano nemmeno arabo, non conoscono il Corano, sono di varia estrazione sociale e viaggiano anche con autobus e treni, via Turchia, al seguito di amici e predicatori. Non è sempre facile risalire a cosa abbiano concretamente fatto; sentono nostalgia di casa ma una volta tornati alcuni vorrebbero ripartire nonostante abbiano visto che non c’è niente di cool nella guerra.

Nel 2011 al Summit della prevenzione all’estremismo l’ex Ministro dell´Interno Hans Peter Friedrich affermò la necessità di creare qualcosa che potesse prevenire la tendenza di molti giovani ad aderire a gruppi estremisti. Nel 2012 nasce, presso l’Ufficio Federale di Norimberga per i migranti e i rifugiati, il Beratungstelle Radikalisierung, attualmente il più noto istituto a livello nazionale che con i suoi progetti accoglie chi ha bisogno di consulenza per amici o parenti a rischio.

A questo si aggiungono a livello locale altri centri analoghi: a Bochum (IFAK), a Berlino (ZDK), a Monaco (VPN) e, appunto, Kitab a Brema, responsabile per la Germania del Nord che al momento si occupa di un centinaio di casi che coinvolgono giovani dai 14 ai 27- 28 anni.“Ci sono due modi per entrare in contatto con noi” , racconta Berna Kurnaz, una delle responsabili del centro di Brema, “tramite la sede centrale dell’Ufficio Federale che, con il permesso di chi chiama, ci inoltra i dati, oppure contattandoci direttamente. Il lavoro di consulenza è per tutti i cittadini, gratuito e basato sull’anonimato. Noi crediamo che coloro che sono nello stesso ambiente sociale della persona in questione sono, in genere, i primi a notare quando un figlio, uno studente, un collega, cambia il suo atteggiamento verso la religione o la sua completa visione del mondo, verso un radicalismo guidato da ideologie incompatibili con i principi di uno stato democratico. I familiari, gli amici o i colleghi sono anche gli ultimi ad avere notizie del ragazzo o della ragazza in questione, prima che si isoli completamente”.

La svolta porta un conflitto all’interno della famiglia stessa, tra un compiacimento per la benvenuta religiosità e la preoccupazione per un interesse ai circoli radicali. Lo smarrimento è ancora più accentuato per i genitori non musulmani con i figli convertiti all’Islam che hanno molte domande al riguardo: anche queste storie arrivano al centro di Brema. Il conflitto è ancora più acceso e arduo il tentativo di far comunicare le parti in causa nel momento in cui è rifiutata qualsiasi autorità familiare.

“L’unico che devo seguire è Dio, e se i miei genitori rifiutano di vivere in modo giusto , il mio dovere è quello di disobbedire- spesso mi sento dire” , sostiene Berna Kurnaz, “ e a questo segue l’abbandono della famiglia. Tuttavia noi insistiamo con i genitori per mantenere la comunicazione con loro”.Cosa c’è nel salafismo di cosi seduttivo? Ogni persona è diversa dall’altra, ma è importante ricordare che una maggiore religiosità non è indice sempre di radicalizzazione. Per meglio capire come agire chiediamo alle famiglie o ai ragazzi stessi che cosa cercano in particolare e cosa il – nuovo ambiente- può offrire loro, così da offrire alternative e trasmettere l’idea che è possibile essere indipendenti e essere un musulmano devoto allo stesso tempo”.<

L’isolamento, l’impossibilità di stare nel gruppo confrontandosi in modo critico, giunge ad un livello di insopportabilità che porta i ragazzi a contattare di nuovo chi è al di fuori della comunità radicale. Scorrendo le biografie dei giovani sedotti da improbabili prediche le differenze sono molte ma anche i trascorsi che si rincorrono come le violenze familiari, fallimenti scolastici, abusi di alcool e droghe, crimini. Tra tutti gli apparenti cliché spicca sempre il disorientamento.

“Nella ricerca di un senso all’esistenza trovano le risposte nell’Islam che di base offre molti insegnamenti positivi ma il problema è l’innesto delle ideologie che offrono una visione distorta del mondo diviso in buoni e cattivi, dove tutto diviene molto più facile e comprensibile: i nemici, le regole, le proibizioni” continua la Kurnaz.

Non mancano le star e gli idoli, come nella narrazione di ogni subcultura: personaggi carismatici che radunano fans con pubbliche letture, social networks, facendosi baluardo di un vero e unico Islam e non dimenticandosi di cavalcare il gusto giovane o no per la provocazione, il dissenso, la ribellione. Un “Jihad – Pop” come è stata definito e nella cui orbita il personaggio più noto è l’ex rapper del quartiere berlinese di Kreuzberg Denis Cuspert, fu Deso (devil’s son) Dogg, ovvero Abu Talha al- Almani, di padre africano e madre tedesca, con una biografia spericolata approdata tra le braccia di Daesh.

In tutto questo ha senso parlare di integrazione? Un termine che, per quanto abusato, ha un ruolo in questo fenomeno, considerando che ad esserne coinvolti sono soprattutto i figli di migranti di seconda o terza generazione? Secondo Berna Kurnaz non necessariamente: “Molte delle persone con cui lavoriamo sono integrate nella società tedesca, se non tedeschi di nascita. Penso che si possa parlare di un fenomeno giovanile, o culturale, in cui la religione è una delle tante facce. L’importante è identificare i rischi, evitando il panico e ricordando che il mondo musulmano non è un blocco granitico e la maggior parte dei credenti rifiuta il radicalismo considerandolo contrario al proprio stile di vita”. L’ultima delle tragedie è appunto il pregiudizio.

Pubblicato su glistatigenerali.com

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