I pupi di Berlino

In un cortile interno della trafficata Karl- Marx-Strasse di Neukölln, un piccolo museo si presta alle fantasie del teatro delle marionette: le loro storie di nobili fantocci e di pupari coraggiosi, opere d’arte che parlano di un mondo girovago non appassito dalla tradizione. Prima di essere un ambito legato all’infanzia o di diventare un oggetto culturale di studio, gli “attori” del Puppen Theater Museum di Berlino hanno ricoperto una funzione sociale in mezzo alla giostra della cosiddetta pubblica opinione.

Una giostra non sempre piacevole, come testimonia la figura di Kasper, personaggio del teatro popolare austriaco, un equivalente del nostro Pulcinella, impersonato dall’attore Johann Joseph Laroche. A Vienna Kasper fu varie volte messo a tacere dalle autorità e ad alcuni pupari revocato il permesso di performare in pubblico. Sul palco e nella vita, dunque, si combatte contro draghi, ordine costituito, coccodrilli, come ci ricordano le creature quasi vive della siciliana Opera dei Pupi. Dunque il versatile Kasper attraversa le epoche e le geografie come le famiglie di pupari, a cominciare dai Bille, una dinastia del teatro tedesco delle marionette, le cui tracce portano fino al 1780.

Ancora oggi sono attivi almeno tre teatri dei discendenti del vecchio Bernhard e Georg. Anna e Otto Walter, invece, nel 1918 dopo il primo conflitto mondiale chiedono come biglietto di ingresso patate e cetrioli, mentre girano in tour per la Germania centrale, tra locande e balere. Anche la fu Cecoslovacchia ha qui, tra questi due piani espositivi discreti e arricchiti di una ribalta per spettacoli, la sua storia e i suoi rappresentanti. Tra il 1924 e il 1926 Gustav Nosek crea le figure di Speijbl e Hurvinek per il teatro di Joseph Skupa, popolarissimo in patria e presentato a Parigi, Liegi, Vienna.

Quello che porta in scena Ben Veornhold con il suo “Die Klappe” segue la tradizione artistica del movimento Bauhaus: una fusione di performance ed arte moderna, assenza di testo, predominanza del mimo, quasi una sfida a tutta la tradizione che lo aveva preceduto. Restando tra i contemporanei Alejandro Corral fonda il suo Luna de Papel nel 1981 ispirandosi al lavoro dello scrittore Federico Lorca Garcia. Da un lato i personaggi di Corral sono rappresentazioni fortemente ironiche delle faune umane, dall’altra  lascia libera la sua fantasia tra creature macabre e adorabili, generati dal sogno, dal mito o dalle favole, abbracciando tutte le età dello spettatore.

Quasi ogni giorno questo piccolo museo continua a raccontare storie oltre i suoi eterni pupazzi appesi o adagiati dietro una vetrina. Sul palcoscenico si alternano le vicende dello zio affetto da solitudine, il coniglio che voleva essere il più forte e il più grande, la difficile convivenza tra cani e gatti in uno stesso appartamento. La tradizione è un viaggio ancora non finito, dice Mimmo Cuticchio: “L’uomo stesso è nato per viaggiare, per andare avanti, ma sapendo che dietro c’è già stata una strada, che non ha inventato nulla. Io stesso vado avanti, ma sapendo che esiste un dietro: il passato è un viaggio iniziato da altri e che noi possiamo proseguire. Del resto io non sono un nostalgico: se penso a mio padre invece di piangere, recito meglio. Non sono neanche un maestro che insegna, ma un viaggiatore che insegna un viaggio compiuto”.

Pubblicato su Alias- Il Manifesto per la rubrica “Moscow Mule”

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