Il cinema di Srdan Golubovic

Potrebbe esserci un debito non ancora piacevolmente saldato tra il glorioso filone della Jugoslav Black Wave e le forme della attuale “nouvelle vague” del cinema serbo. Oltre all’ironia mortale, nota fin dai tempi di Kusturica e della polveriera di Paskaljević, e ai fatalismi nonsense, l’aderenza critica al presente e al potere non si è mai affievolita, nemmeno nelle trame indigeste di “A Serbian Film” (2009) di Srđan Spasojević o in quelle porno grottesche di Mladen Djordjevic con “The Life and the Death of a porno gang”(2009).

La lunga strada della elaborazione del dopoguerra e del post Milošević attraversa i film di Srđan Dragojević (“Pretty village, pretty flame”, “Rane”, e il recente “Parada– La sfilata”), di Dušan Kovačević (“The Professional”), di Jovan Todorović (“Beogradski Fantom”) e Srdjan Karanovic (“Besa”). In queste opere se il conflitto bellico non è direttamente rappresentato ci sono comunque i suoi fantasmi e le colpe dei padri come nelle tragedie greche.

Sullo sfondo restano i cambiamenti di una società divisa tra tradizione e futuro, patriarcato e le seduzioni dell’ Unione Europea come politica e metafora del nuovo. Nei film di Srdan Golubović, uno dei più acclamati e premiati registi serbi di oggi, le ombre degli anni Novanta braccano i personaggi in una spirale di colpa e vendetta come uno spirito evocato in nome della sopravvivenza. “Sono più interessato al tema della colpa che a quello di vendetta nello specifico”, spiega il regista, “l’influenza del cinema americano nella sceneggiatura ha un ruolo importante. La vendetta è anche un pretesto per inserire i personaggi in situazioni in cui sono costretti a lottare, senza via di scampo”.

La lotta però è spesso irrazionale e confusa.

È la confusione del mio paese. Non è chiara la situazione politica e credo ci sia la necessità di chiedersi veramente cosa sia successo in questi ultimi anni alla società e ai singoli individui. Non ci possono essere cambiamenti senza vere spiegazioni, certamente questo è uno spunto per il dramma nei film, ma è anche molto legato alle storie che racconto. Facciamo un passo avanti e due indietro in una confusione irrazionale e la questione stessa del Kosovo è il simbolo del carattere irrazionale della Serbia”.

Nel suo ultimo, intenso lavoro, “Circles” (2013), prendendo spunto da una storia vera (quella del giovane di Trebinje Srđan Radov Aleksić), Golubović mette in luce l’inutilità della vendetta e il valore del perdono raccontando di un soldato serbo che perde la vita dopo aver difeso un musulmano dall’attacco di altri tre soldati, eroismo che avrà conseguenze sui personaggi anche quindici anni dopo come un sasso lanciato in una pozza d’acqua che crea, appunto, infiniti cerchi concentrici.

Il senso di colpa è anche quello di un’intera collettività?

“La responsabilità di ogni decisione o azione è sempre personale, prima di essere della collettività e le colpe dei padri sono spesso degli alibi così come la ricerca di un unico capro espiatorio per le disgrazie della storia. Con “Circles” ho voluto fare un film onesto, per la Serbia, non contro, come qualcuno, anche senza vedere il film, ha sostenuto. Certamente alcuni cambiamenti sono lenti ed è più importante che avvengono nelle persone prima di pensare al dibattito sull’Unione Europea o meno. Con questo film ho affrontato anche un percorso personale difficile, ma ho voluto dare un forte respiro al perdono, alla speranza, di fronte ad una classe politica in fuga dai problemi reali”.

È l’uomo ordinario, il protagonista del cinema di Golubović, un uomo non privo di qualità, ma messo alla prova dalla storia e dall’ambiente in cui vive. “The Trap” (2007) è un brillante esempio nel rappresentare il dramma, attuale, di una famiglia che non ha abbastanza denaro per curare il figlio (necessariamente) all’estero.

Il divario tra i nuovi ricchi e la classe media, il patriottismo come copertura di attività criminali, sono i temi ricorrenti del film, nominato nella lista dei nove film in corsa per l’Oscar come miglior film straniero, così come i bravissimi attori Miki Manojlović, Vuk Kostić e Nebojša Glogovac. Il passato che ritorna e inchioda i personaggi al muro in un esame di coscienza è il filo rosso di “Absolute 100” (2001) opera prima del regista serbo. In questo film il protagonista, un giovane campione di tiro a segno, cerca vendetta su chiunque abbia rovinato la vita di suo fratello, volontario di guerra e tornato dalla stessa tossicodipendente.

“Mentre giravamo questo film”, racconta Golubović, “abbiamo interrotto le riprese poiché la città stava dimostrando contro Milošević e volevamo essere presenti. Tra la folla c’era un ragazzo che urlava: hai distrutto la mia vita! Ecco, io credo che non dobbiamo permettere a nessuno di distruggere la nostra vita. Gli unici che possono rovinarla siamo noi stessi. Questo intendo quando parlo di responsabilità individuale”.

Pubblicato su Alias/Il Manifesto

*Foto tratta dal film “Circles” di Srdan Golubović

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