Nel 2012 nel quartiere periferico di Mosca, Golyanovo, un gruppo di attivisti per i diritti umani si imbatte in dodici persone, tra cui bambini, “lavoratori” in condizioni di assoluta schiavitù presso uno dei tanti piccoli alimentari aperti 24h. Il negozio, gestito da una coppia di kazaki, moglie e marito, era un inferno per alcuni emigrati provenienti da Uzbekistan, Kazakistan e Tagikistan già dal 2009 e ad oggi non è un caso risolto, nonostante le fughe e le denunce. L’episodio di cronaca è alla base del film del regista uzbeko Michael Borodin “Produkty 24- Convenience Store presentato nella sezione Panorama dell’ultima Berlinale.

Un’odissea contemporanea della giovane uzbeka Mukhabbat, una bravissima Zukhara Sanzysbay, commessa in un late night shop della capitale russa assieme ad altri, di fatto, reclusi, privati di documenti, non retribuiti, soggetti a violenze e abusi dalla perfida proprietaria Zhanna, una altrettanto brava Lyudmila Vasilyeva. “Io ero già dentro il tema del lavoro forzato”, racconta il regista, “per il documentario -Cotton 100%- quando ho trovato questa storia che ha avuto la precedenza sulle altre in corso. Ho iniziato ad informarmi contattando degli attivisti. Gli attori non sono tutti professionisti ma c’era una acting coach sul set e l’attrice che interpreta Zhanna, invece, ha una lunga esperienza di teatro alle spalle”.

In un lugubre e chiuso set teatrale sembra girata la prima parte del film (nella realtà un vero negozio); claustrofobica, composta da stretti corridoi, porte serrate e misteriose, scaffali gonfi di vari prodotti, luride vetrine al neon. Non escono le vittime dalle spire della carnefice, non esce lo spettatore dal frame di angoscia verso un esterno, solamente evocato, come al di là delle sbarre di una prigione. Poi la narrazione defluisce in un road movie disperato di apparente respiro, la fuga (forse) della protagonista e il ritorno nel villaggio natale, in Uzbekistan. Tuttavia, anche qui la libertà resta solo un miraggio: la povertà da cui era fuggita, i drammi familiari, il lavoro nei campi di cotone, un mondo da cui scapperà di nuovo con un terribile compromesso.

C’è una linea temporale di racconto”, continua Borodin, “Tra la prima parte e la seconda del film, naturalmente, ma c’è un metaforico flashback su quello che è successo prima che la protagonista arrivasse a Mosca, nel suo villaggio, dalla sua famiglia”. Eppure, pur con i piedi in una storia dello schiavismo di oggi, il film è denso di elementi onirici che rimandano allo “Still Life” di Jia Zhangke (2006), sganciati da un puro realismo di denuncia, sebbene non manchi una critica al mondo contemporaneo del “prodotto” come feticcio. Mukhabbat subisce questo mondo in tutta la sua violenza in antitesi con chi del prodotto fa un business alla moda come l’influencer cliente del negozio. “Per me i momenti onirici, dice il regista, “Sono una finestra di speranza per la protagonista. La storia resta irrisolta nel film come nella realtà, visto che il negozio è ancora lì ed è gestito dalla stessa famiglia. La protagonista è un insieme di storie diverse: alcuni sono tornati nel loro Paese, altri sono rimasti a Golyanovo. Lo scandalo fu ampiamente coperto dai media ma poi nulla di concreto. Non so se lavorino nelle stesse condizioni ma non lo posso escludere”.

Una brutta storia di diritti umani mancati ma anche di corruzione: chi riusciva ad andare dalla polizia era puntualmente riportato indietro. Alcuni attivisti si stanno ancora occupando della faccenda, al di fuori della Russia. “Produkty 24- Convenience Store” non solo sfiora il tema dello schiavismo ma tocca la questione della raccolta del cotone in Uzbekistan, una imponente attività stagionale obbligato, pagato molto poco, che coinvolge perfino strati meno poveri della popolazione, “sottratta” al lavoro abituale, e vincolato a quote di raccolto stabilite dallo Stato.

Questa attività è meno produttiva rispetto agli anni Ottanta, ad esempio, per la precedenza data alla coltivazione intensiva di cereali e per il boicottaggio delle multinazionali del settore dell’abbigliamento e arredamento che si rifiutano di essere complici dello sfruttamento del lavoro, o almeno di questo. Nel marzo del 2020 le quote di raccolto statali sono state abolite e altre riforme sono previste, grazie al supporto dell’International Labour Organization e degli attivisti locali, tra cui investimenti per la modernizzazione di impianti e affini. Passi avanti ma la strada è ancora lunga.

Cotton 100%”, documentario di Borodin del 2022, è un viaggio in questo universo lontano e vicino al contempo dove il sacrificio per lo Stato è il Leitmotiv. Tra le aziende agricole si aggirano le attiviste Mukhabbat Madrimova ed Elena Urlaeva, lasciano volantini informativi, cappelli per proteggersi dal sole e calzini di lana; si interessano alle condizioni dei lavoratori, spesso pessime, ma sono anche parte della raccolta o del contesto che gli gira attorno. Non c’è un approccio pedante alla Michael Moore: si scivola dolcemente nel ritmo quotidiano scandito dai matrimoni, preghiere e rituali domestici. La storia del regista è una storia di emigrazione verso la Russia, di semplici lavori svolti (il rider) prima di avvicinarsi al cinema; l’esperienza torna indirettamente nel suo cortometraggio “Registration” del 2019: una storia di una coppia uzbeka “braccata” dalle autorità russe.

Un film crudo e senza scampo dove il numero di registrazione che li rende presenza legale, falso o scaduto, quasi non importa, è la loro condanna. Del 2018 è il cortometraggio, presentato alla Semaine de la Critique di Cannes, Normal. Cosa vuol dire una vita normale se vivi in una piccola cittadina. Il giovane protagonista ha in testa di uscirne e di studiare lontano evitando il servizio militare ma, come in una condanna sociale, al pericolo di una grigia normalità non si scappa. Il primo cortometraggio è del 2017, “Crimea is ours”, un matrimonio in mezzo al conflitto con un finale imprevisto come sa essere anche la realtà.

Pubblicato su Alias del Manifesto

 

 

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