In Laos tutto è lento e quasi svogliato, perfino gli sguardi quando si posano sullo straniero. Dal varco di confine con la Thailandia il primo benvenuto ufficiale è la scritta “Welcome to Laos” su una montagna sovrastata da una pagoda. Nella foschia che avvolge le mulattiere e gli strapiombi si scorgono le bandiere rosse con la falce e martello e non è nulla di vintage.

Dentro un bus locale i loculi per dormire sono scomodi quanto seggiole rotte. Ogni tornante è un tu per tu con la morte; si sfiorano i tir e si viaggia sempre in mezzo al nulla, dal confine fino a Luang Namtha, la Twin Peaks del Laos, almeno per me. Una lunga strada buia come la pece si arrotola distante dal “centro” diversi chilometri. Un centro che, tuttavia, si distingue dal resto per avere la presenza di guesthouse, qualche ristorante e gli spacci con le confezioni famiglia di shampoo e merendine importate.

Il vantaggio immediato consiste nella rada presenza di zanzare e dell’afa. Chi viene qui, viene per fare trekking nella giungla, un giorno, due giorni, tre giorni. Poi alla fine del safari ci si ritrova a ciondolare per l’unica strada o al mercato notturno davanti a un piatto informe di riso fritto e involtini primavera. La mano longa della Cina qui è ovunque: cantieri con scritte in cinese, per poi finire, appunto, con gli involtini primavera, mentre cerco, come una spiritata, cibo laotiano, solo laotiano, qualsiasi cosa possa voler dire. I cani randagi e malati che mi stanno tra i piedi, curvi sugli avanzi di cibo, no, loro non fanno differenza. Cina o Laos purché se magna.

Si fa vita di vicinato al mercato, anche se i “confini” tra i quartieri sembrano nebulosi come la foschia sugli strapiombi. Il risultato è un brulicare di locali, contadini, e viaggiatori, attorno ai gatti che si contendono pezzi di anatra arrosto e crepes mezze bruciate. Ai bordi di quella che chiameremo “la statale” si raggruppano baracche di bambù dove vivono anche in cinque, come quelle del villaggio dell’etnia Khmu, è da lì, forse, che mi viene incontro un tizio con i jeans senza maglietta, ubriaco e barcollante (sarà lo sciamano?) perché, mi dicono, festeggia i lavori conclusi nella sua cucina.

Siamo arrivati al villaggio, dopo un’escursione nella giungla. Eravamo io, una giapponese, una coppia belga che regalava campioncini di profumo alle donne Khmu (mai più senza) e la nostra guida Mi.

Durante il trekking sono scivolata almeno tre volte, finendo, durante la quarta, in un pantano fangoso. Ho spesso chiesto a Mi se avremmo visto anche dei cobra, ma ha detto che sono serpenti timorosi e attaccano solo quando si sentono minacciati. Mi ci ha cucinato una zuppa dentro il bambù e abbiamo mangiato su una foglia di banano; l’amenità della situazione non ha scalciato un solo secondo il timore di un morso del cobra su una chiappa, ma anche su questo Mi era lì per rassicurarmi.

Pochi sanno che in questo punto del Laos quando la giungla termina si schiude il campo delle fragole. Il Laos è il posto delle fragole, dove le memorie stanno nascoste sotto i volti impenetrabili dei laotiani. Luang Namtha sarà la mia vera Twin Peaks asiatica con i suoi segreti nascosti da qualche parte, forse proprio sotto il campo delle fragole.

A Luang Prabang ci sono arrivata dopo un viaggio per gli ennesimi tornanti che si attorcigliano ciascuno per dieci minuti. Dietro di me una donna del posto ha vomitato con tutta la forza e la disperazione disponibile. Nonostante questo, continuava a mangiare senza sosta, mentre tentavo di spiegarle, a gesti, che non era una idea molto furba. Niente. Alla fine mi ha offerto una manciata di riso colloso. Ho cercato di distrarmi guardando fuori: bambini in bicicletta da o per la scuola, in divisa; qualche contadino che trascinava sulla schiena cesti colmi di legna.

Nella piccola città sul fiume Mekong i templi antichi circondano il turismo in sovrapprezzo. Una dipendente di un tour operator si lamentava perché a Luang Prabang non si può costruire in verticale: c’è il dettaglio del “patrimonio Unesco”, ah beati voi che fate le case alte! Per una settimana mi è venuta voglia di trovare non la vita autentica del Laos, ma di ripescare quella mia, fatta di cinema, di film vecchi, di tisane davanti a schermi che non finiscono più.

Ho trovato la soluzione in una piccola libreria che organizzava proiezioni di successi internazionali e un bistro che di autenticamente laotiano aveva solo i camerieri. In questi due posti ho trascorso molte ore: le gite costano, il denaro, più che il tempo, è un gran tiranno.

La mia furiosa reazione al nomadismo brado mi ha condotto in stanze dove dormire sola; da violentare a mio piacimento, da insozzare a loro insaputa. Lo stesso delitto si è consumato anche a Phonsavan. Che cos’è Phonsavan?

Un posto ai confini di ogni abitabile. Anche qui per arrivarci ho percorso, per otto ore, le solite, inevitabili curve che si tuffano esauste nelle vallate dolci, dove si aprono e diventano più clementi. Non ho visto per scelta nessuna delle famose giare conficcate nella terra, e al Mag (Mines Advisory Group) la proiezione di un documentario sullo sminamento, dove io ero l’unica spettatrice, è stata interrotta dall’ acqua che entrava a secchiate dal soffitto durante un’apocalisse di pioggia.

Chi va a Phonsavan va per vedere ‘ste giare, megaliti di origine ignota. Io le ho scalzate per un ristorante indiano e per passeggiare sulle strade polverose e per giocare con il vero protagonista di questo posto nel nulla: i pentoloni. I pentoloni stanno sui banchi per la strada, aspettano solo di essere scoperchiati per rivelare il loro magico contenuto: porco? Pollo fritto? Frittata di tofu? No, zuppa di verdura piccante con manzo, oppure salsicce.

Questo divertimento sovrasta lo scoramento della fame e quando sei sazio e allegro puoi goderti meglio il mercato anarchico di ortaggi e macheti, accanto ai saloni di bellezza, alle sartorie dove si riparano abiti per signore a modo: le signore di partito sempre in ordine.

A Phonsavan si viene un giorno di fretta e poi si scappa perché arrivano delle piogge violente che interrompono i documentari e le montagne attorno si fanno brutte e scure. Il Laos è un posto curioso, dove le bandiere comuniste non sono un oggetto di vintage da vendere ai turisti e dove le bombe lo diventano, riciclate come improvvisati caminetti o soprammobili. L’ironia, se c’è, è talmente agra da non poterla cogliere a piene mani, per cui mi resta solo una domanda.

Perché dovrei perdere tempo con i costosi tour quando posso restare in “centro” a scoperchiare i pentoloni? Un sacchetto di riso e manzo piccante, pochi euro. Le bacchette te le regalo.

 

 

 

 

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