Nel “Museo delle cose” di Berlino (“Museum der Dinge”) si assiste alla proiezione del visibile e dell’invisibile, stando al centro del passato e già rivolti verso la contemplazione del futuro. In parole banali, nelle teche si espongono gli oggetti della “cultura materiale” tra il ventesimo e il ventunesimo secolo. Una collezione di circa 40.000 cose, legate anche alla vita quotidiana, attraverso i periodi storici: da una tazza con una svastica a un portauovo della Germania est, senza troppi imbarazzi.

L’archivio della DWB (Deutscher Werkbund– Lega tedesca artigiani) è il cuore del museo, un’associazione nata nel 1907 da un’idea di imprenditori, politici e architetti con lo scopo di avvicinare l’industria, le sue politiche di produzione, e le arti applicate. Un’idea che diventa presto movimento culturale e connette il moderno, funzionale design ai prodotti di consumo, non slegandosi completamente dall’architettura, spingendosi verso quella che poi sarà la fondazione del Bauhaus.

Il movimento resiste fino al 1934 quando poi è soppresso dal regime nazista per poi rinascere negli anni Cinquanta e chiudere la sua esperienza un decennio più tardi. L’educazione estetica come eredità e come scopo del “Museo delle cose” è la seduzione nascosta dietro ogni lavoro grafico esposto, che sia una fotografia, una cartolina, un poster, e pone sul tavolo il tema del collezionismo. In ogni teca l’ oggetto di design e quello kitsch sopravvivono uno accanto all’altro; ogni cosa è testimone del proprio tempo ad esso prescindendo.

Sono le cose che avevano in cucina le nonne, le Barbie che avevamo su qualche mobile negli anni Ottanta, la sedia di plastica dal design ricercato e il portachiavi che smuove la nostalgia e stuzzica la commozione. Si attraversano le epoche, le geografie, e la memoria dell’oggetto è sempre lì, cristallizzata e affastellata su altri oggetti. Colleziono, dunque sono. La collezione come forma d’arte e forma mentis, in cui si rivendica la presenza materiale dell’oggetto rispetto alla sua pura immagine, oggi, qui, nella società dei colori e dell’evanescenza.

Non c’è un angolo di quotidiano che non sia rappresentato. Non sfugge alla messa in scena nemmeno la cucina “Frankfurt”, un classico esempio del design d’interni funzionale e low cost, realizzata nel 1926 dall’austriaca Margarete Schütte-Lihotzky per rispondere a esigenze abitative post belliche che razionalizzavano il lavoro domestico delle donne in un sorta di proto emancipazione.

Nel “Museo delle cose”, nel quartiere di Kreuzberg, Oranienstrasse 25, la nostalgia fa brutti scherzi e in cambio di una donazione, anche piccola e a tempo, è possibile adottare un oggetto, andarlo a trovare e per il gesto avere il proprio nome sul panello esplicativo. Io vorrei adottare un cellulare Nokia, anch’esso chiuso nella teca, simbolo di un’era tecnologia neanche troppo distante, eppure già vecchia e meritevole di essere musealizzata. Lo vorrei adottare come tentativo ultimo di fermare il flusso assassino del tempo delle cose.

Pubblicato su Alias- Il Manifesto per la rubrica “Moscow Mule”

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