Sta seduta e da seduta gestisce il suo piccolo ristorante sulla strada: i camerieri, la cucina, e i clienti al tavolo, quelli che ferma per la prima volta sventolando il suo menu di plastica unto, oppure quelli che già conosce perché sono lì per la terza o quarta volta. Si alza dalla sedia girevole solo quando qualcuno al servizio non ubbidisce o quando qualcun altro in cucina rallenta il ritmo di lavoro o si distrae mentre frigge. In quel momento lei alza la voce, li redarguisce, e torna a sorridere ai clienti, da vecchia volpe qual è, senza troppe forzature; ha il business nelle vene e se le chiedi di posare per una foto, singola o di gruppo, lei mostra il menu (non c’è verso di farglielo posare). È gentile con tutti, anche con certi americani che non sanno tenere un cucchiaio in mano e se cade un tovagliolo lo lasciano lì, sul cemento di Bangkok. Non capisco e non parlo thai, ma la passione con cui priva della distrazione cuochi e camerieri l’ha resa la mia Sora Lella-ng, al netto degli improperi di cui, appunto, non sono certa.

Venivo da Parigi dove avevo visto una mostra in cui una famosa artista impiccava i gatti impagliati, giustificandosi con il movente passionale di un marito geloso. A Bangkok i gatti sono pigri anche per impiccarsi o per lasciarsi impiccare; spalmati sull’asfalto, con il pelo bollito dall’aria afosa e spessa per il tepore tropicale e per la nube di odori forti che la pervade, incapaci di muoversi se non per inerzia. Qualora un gatto di Bangkok si spogliasse, lo farebbe lentamente, non per sedurre qualcuno ma perché non potrebbe altrimenti. Invece tutti quelli che arrivano in aeroporto si spogliano non appena prelevano il bagaglio, senza perdere tempo.

Infatti l’aria è così densa che non ammette mezze misure ed incarta i grattacieli che si alzano sopra le case basse e i nugoli di operai che sono seduti a mangiare, o sopra quel tale che ho visto: con le gambe incrociate meditava accanto ai suoi sacchetti di vestiti, mentre attorno gli passavano carretti, baracchini, gente in tailleur e carriole di vario tipo. Per fare un esempio invitante potremmo dire che l’aria a Bangkok è caramellosa, e si appiccica sulle narici e la risenti ore dopo, anche nei momenti più impensabili, di giorno e di sera, quando passi accanto alle ragazze svogliate che fuori dai centri massaggi (sì, sono dei veri massaggi) aspettano clienti, o accanto agli addetti nei cortili dei templi che tirano secchiate per lavare il pavimento.

In alcuni momenti avresti e l’impressione di vivere in un cartone animato, uno di quelli che vedevi negli anni Ottanta di pomeriggio, prima di andare a citofonare a qualcuno, anche se alcuni dettagli ti sarebbero sfuggiti, come i sacchetti di plastica con il cibo da strada infilzato dentro e le sagome dei backpackers che appaiono da qualche anfratto andando non si sa bene dove. Ai backpackers ci si abitua, come al saluto militare dell’addetto che controlla lo zaino in metropolitana o agli sguardi persi dei thailandesi quando non possono aiutarti perché non capiscono cosa chiedi e appari loro come una creatura aliena dal pianeta Occidente.

Tuttavia turisti e backpackers si muovono talvolta a grappoli o restano fossilizzati attorno a ritrovi come Khao San Road, un posto orribile dove non metterò più piede per tutto il resto della mia vita. Khao San Road è una strada cafona con tutte le scorie materiali e spirituali del turismo: la sua fama la precede così come il suo pessimo gusto; il gusto di esistere e di essere brutta. Non c’è manco un gatto a Khao San Road, sono scappati anche loro, trovando il coraggio di impiccarsi da qualche parte. La Sora Lella-ng urlerebbe tutto il tempo, girando tra i tavoli dei bar burini, all that u can drink, e dovrei raccontarle una delle storie che mi capitano attorno, come la storia della zuppa di pesce che ha per protagonista la mia compagna di stanza, che chiameremo Mali.

Mali era uscita per andare a lavoro e per strada un ragazzo, in seguito individuato dalla polizia a cui Mali aveva denunciato il fattaccio, le aveva lanciato addosso della zuppa di pesce, calda e piccante. La povera Mali era tornata di corsa con il collo fiammante, precipitandosi sotto la doccia. Visibilmente sconvolta ma soprattutto puzzolente (questo è il solo elemento divertente di tutta la storia) tanto che per osmosi anche io sapevo di zuppa di pesce, così, per empatia.

Ho raccontato impaziente questa storia alla Sora Lella-ng che, furba e rapace, mi ha detto indicando con il suo dito più grasso il menu: “Anche noi abbiamo zuppe di pesce”.

 

 

 

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