Come si vive su un’isola da solitari? Il luogo di per sé dovrebbe già contemplare l’esperienza della solitudine, non avendo altra via di fuga che l’acqua. L’acqua è subito profonda e le correnti ti risucchiano i piedi già infossati nella sabbia del fondale del Mare delle Andamane; attorno pochi solitari, al più coppie e grumi di famiglie tedesche, svedesi o russe.

Andando a naso e sfruttando i consigli di conoscenti ero arrivata a Ko Lanta dopo molte ore di treno, un viaggio infinito in minivan che si era imbarcato in un secondo momento da Krabi su una zattera. Eravamo io ed altri in viaggio da ore da Bangkok e da altre cittadine della provincia tropicale a sud della capitale e la prima impressione fu quella di una strada, unica e polverosa, solitaria anch’essa, che girava per l’isola. Ai lati si esprimevano selvagge le palme e la vegetazione e ai bordi, sul ciglio, da entrambi i lati, lunghe file di baracche, negozi, palafitte, piccole moschee, bar, ristoranti, lavanderie improvvisate fuori dai soggiorni delle case. Le spiagge, lunghe, amplificano la solitudine di me, che viaggio sola e osservo sulla strada lo sciamare dei motorini, su cui si intrecciano le gambe e le braccia delle coppie in vacanza o i veli lunghi delle musulmane mentre accelerano pur avendo figli dietro e davanti.

Un fumo denso esce dalle cucine, verdure e pad thai, bracieri con pollo e salsicce e 7eleven appare come un’isola sicura nell’isola stessa; è il rifugio di molti viaggiatori, con la sua acqua minerale non distillata, i ravioli al vapore surgelati, i sandwich di cioccolato imbottiti di cioccolato e i toast al formaggio che il cassiere mette nel forno a microonde. Con le sue saponette e lo shampoo alle erbe, per chiunque si perda, 7eleven costituisce un porto metafisico nella piccola isola dai tramonti violacei sulla punta estrema delle piante. A Ko Lanta soffrivamo l’afa bollente che scioglie la pelle e grondavano i vestiti che non erano mai abbastanza corti e traspiranti per un’isola in parte anche brulla e meno rigogliosa di Ko Phangan, dalla jungla esplosiva, dall’altro lato della terraferma.

Ko Phangan è meno raccolta, ma anche lì si sciama con i motorini e sui bordi della strada si crea un ritrovo sociale, il crocevia dei mercanti e dei viandanti. Le alture le danno una non omogeneità seduttiva, nonostante le fattorie di noci di cocco con le scimmie in catene, gli elefanti bullizzati nel trekking organizzato e le comunità di hippies e altri scappati di casa e illuminati sulla via della meditazione, come quella infermiera inglese che mi chiedeva di farle delle foto, mettendosi sempre in posa con le gambe incrociate e le mani giunte, non solo davanti a Buddha ma anche sugli scogli delle cascate. Il ruolo del meditante esprime ancora la sua carica attrattiva per noi nevrotici, esauriti che non ci sforziamo di nasconderlo dietro sorrisi timidi e imbarazzati, come quelli della gente del “paese dei sorrisi”.

Eravamo arrivati a Ko Phangan, l’isola famosa per i suoi parties della luna piena a cui non ho orgogliosamente partecipato, e ci eravamo approdati dopo un viaggio terribile in mare e dopo due ore di conati violentissimi non avevamo le forze per tirare sul prezzo con i tassisti e sfiniti dalla nausea svenivamo sui letti di ostelli e appartamenti, circondati da famiglie che mangiavano tre volte al giorno. Tre volte al giorno, cascassero tutti i cocchi del mondo, arrivassero le bufere di pioggia, i pasti erano tre. No, non è sarcasmo, è invidia.

Essere solitari su un’isola allena il distacco, la riflessione (non dirò meditazione manco sotto tortura), ma allenta la presa della routine, con i suoi passi cadenzati, il mare dolce in cui si naufraga e da cui è impossibile restare immuni anche mentre si va per scelta alla deriva. Mentre si naufraga a galla restano le storie migliori, quelle che ho incontrato finora nel mio giro solitario. Ho fatto una lista succinta: la storia del chitarrista che suona davanti al suo negozio vuoto; la lavandaia che alleva uccelli tropicali in gabbia; la massaggiatrice esperta di arti marziali; l’infermiera inglese cacciata di casa; il milanese amico dei vietcong; gli informatici russi; il tassista e sua moglie importunati mentre mangiano il gelato; l’olandese grasso abbandonato dai suoi amici; l’autista offeso che lascia i turisti sul ciglio della strada; l’italiano che pesca le ricciole saporite; la hippy che mangia il fuoco e quella che beve succo di fiori; la cuoca che ricorda tariffe, menu speciali, ordinazioni e gli appuntamenti futuri di tutti.

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