La bottega di John Bock

Una scarpa fa girare una presina da cucina e dentro un’alcova fatta di copertine per bambini, un attore, acconciato come un Rondò Veneziano, usa delle bambole per raccontare una versione strampalata di Moby Dick e del Capitano Achab. È il mondo barocco e freak di John Bock, artista tedesco multimediale conteso da vari festival (Biennale, Documenta) e fino al 21 agosto 2017 «presente» alla Berlinische Galerie della capitale tedesca con la personale «In the Moloch of the Presence of Being». Undici opere con otto video in una panoramica degli ultimi dieci anni di lavoro che incorpora lo spettatore direttamente sul palcoscenico gigante creato dal regista, scultore, performer, nato nel 1965 nella Germania del Nord, cresciuto in una fattoria e insegnante presso l’Accademia d’Arte di Karlsruhe.

Le sue installazioni sono universi bizzarri; oggetti e costumi che si invertono, proliferano, si connettono con tentacoli di calzini cuciti assieme per inventare una storia dell’assurdo in cui l‘interazione tra noi e la messa in scena avviene attraverso la vista, l’olfatto, l’udito. È l’Occidente teatralizzato per paradossi: la sua ricchezza, la sua angoscia. La sua stanchezza, la sua guerra. Un Buster Keaton esaurito che si aggira per l’Europa con gli psicofarmaci in tasca.

L’arte di John Bock è faticosa perché non è classificabile, ma vive vampirizzando i generi, senza limiti, e dipanare il bene e il male è impossibile. Fa ridere mentre opprime, come nel suo chiosco da spiaggia ricreato nei pochi metri quadri della galleria: accanto ai resti di bottiglie e moderni tostapane una creatura viva, uno scimmione, un Moloch peloso, si agita in un video, come fosse stato ripreso nello stesso chiosco da una telecamera di sorveglianza.

Il Moloch è l’eterna memoria collettiva che ruota su di sé mentre si morde la coda; è la tela di citazionismi, miti, testi, che avvolge il mondo di John Bock e il nostro. È il caos quello che interessa all’artista; la messa in discussione dello standard senza pretendere chiarezza e coerenza, soprattutto narrativa. Come potrebbe essere altrimenti davanti al lavoro «Escape» (2013/2014)? Qui da una Volvo a metà si guarda un piccolo cortometraggio dove gli attori, seduti sulla stessa auto, interpretano due gangsters, stile Tarantino, in cui uno dei due, ferito, inizia a dialogare con il suo intestino a forma di salsiccia. Alle spalle un altro video, immagini riprese dal finestrino posteriore di un’auto in movimento. L’universo polimorfo di John Bock è un viaggio nel paese degli incubi surreali dove lo spettatore si muove con la gioia e il timore della scoperta.

Articolo pubblicato su Alias-Il Manifesto- per la rubrica Moscow Mule

*Foto tratta dall’opera “Escape” di John Bock

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