La camera di Lebeck

Robert Lebeck è il fotografo etnologo e collezionista, uno dei più importanti fotoreporter tedeschi del dopoguerra. Per trent’anni in giro per il mondo per la rivista Stern, con lo sguardo puntato sulle celebrità, Romy Schneider, Willy Brandt, Elvis Presley, ma anche altrove, senza cambiare registro influenzato dal censo. Lo sguardo rubato ad Alfred Hitchcock è lo stesso dell’uomo della strada: la stessa curiosità animalesca, dovuta forse alla formazione in etnologia, marchia la vastissima produzione di questo autore berlinese nato nel 1929 e morto due anni fa all’età di 85 anni.

“Face the camera”, raccolta pubblicata quest’anno dalla Steidl è un viaggio con troppe stazioni per poterle ricordare, snocciolato in 129 fotografie in bianco e nero, tra gli anni Cinquanta e Settanta. Lebeck si perde con la macchina fotografica in Italia nella primavera del 1963 per sei settimane, da Siena, ad Ostia, fino a Roma e Corleone, dove, dirà, “nessuno vuole parlare con lui“. Ritrae i ragazzini di Palermo così come l’elezione di Paolo VI, svelando i tratti insoliti di un paese percepito non solo come un luogo di vacanza o come luogo di una dittatura, nel caso della Spagna del 1964, ancora franchista, viscerale fuori e dentro l’arena della corrida.

L’occhio al di qua e al di là della camera sfida l’invadenza di uno sguardo estraneo per intrufolarsi nella vita quotidiana di un politico, al netto delle sue apparizioni pubbliche. L’umanità di Willy Brandt, Kohl, Schmidt, esce dai protocolli e per pochi secondi è immortalata, che sia in presenza di Churchill o sulla spiaggia di Forteventura, resta un dettaglio. Se la vita intima tra le pieghe del pubblico è l’anello che congiunge fotografo e politico, il ritratto del poeta dello scrittore, dell’attrice, diventa il gioco della “riproduzione” della celebrità, dell’intesa tra due artisti, e di quello che resta a musica finita.

Con queste premesse Lebeck ritrae Günter Grass, Max Frisch, Duke Ellington e sono tutte scene da una vita quotidiana che esaltano e confermano, attaverso l’occhio della camera, quello che il pubblico già ha divorato e digerito. Il bianco e nero opera una scissione metaforica tra un ipotetico prima e dopo, tra la fotogenia di una eterna Romy Schneider e la sua privata tragicità. Il gioco degli specchi è evidente nella “collaborazione” tra Lebeck e Hitchcock, proprio lui che più di altri ha reso cinepresa lo stesso occhio umano, con una consapevolezza di “camera” che lo porta a smascherare Lebeck e di stare al gioco della finzione.

Mentre Robert scatta una foto ad Alfred forse qualcuno passa davanti e l’autore della “Finestra sul cortile” come se fosse su un set lo intima di uscire dall’immagine, o volendo, dall’inquadratura. Alle isole Brioni Tito mostrò a Lebeck alcune fotografie con cui in incognito aveva partecipato ad un concorso a Belgrado e che erano state respinte perché “non corrispondenti ai nostri criteri”. Cosa rivela questo ulteriore aneddoto oltre al quotidiano della politica? Che forse la fotografia è anche una cosa seria.

Pubblicato su Alias- Il Manifesto- per la rubrica Moscow Mule

*Foto di Robert Lebeck

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