Si fa presto in città a dire “per motivi personali”. Quando ho conosciuto Irena Bangkok si svegliava in un nuovo giorno dall’aria, al solito, caramellosa e appiccicosa. Alle sette del mattino entrambe aspettavamo un taxi: Il mio era reale, lo avevo appena “chiamato” con Grab, la Uber asiatica, il suo neanche esisteva.

Irena aveva un attacco di ansia per un treno che doveva prendere e per un taxi che aspettava, cosciente di non averlo mai cercato. Le imposi, per calmarla, di condividere il mio e  scoprimmo che anche il treno era lo stesso e anche la destinazione, Chiang Mai, nord della Thailandia.

La città è nella lista del nomadismo digitale, espressione tanto fanatica quanto inevitabile per descrivere quello che resta del lavoro. Le nostre invenzioni per sopravvivere.

Irena aveva lasciato lavoro e subaffittato l’appartamento in Polonia; era il suo primo viaggio in solitaria e aveva momenti di forte agitazione quando ogni incontro fortuito di viaggio, per definizione, scompariva all’orizzonte. Irena era partita per motivi personali. Chiunque incontri sul mio cammino ha una scorta di motivi personali visibili e meno apparenti; ogni motivazione si scontra sull’asfalto delle città che Irena e io abbiamo percorso assieme, pur lontane, e in momenti diversi.

La capitale cambogiana si riflette su un micio che dorme spelacchiato sulle sponde del Mekong,  un lungofiume assordante denso di lezioni di aerobica e cartomanti ambulanti. Un paese alle prese da un tempo relativamente breve con il turismo di massa, la cui storia ancora grida vendetta, dove la tranquilla vita di provincia sembra essere il sentimento più comune ai bordi delle città, con i loro resti di colonialismo. Il Mekong c’è ma non si vede; sta nascosto dietro i suoi affluenti.

A Phnom Penh io e Irena siamo andate in giro fino a quando l’ennesimo mercato non ci fermava e tornavamo indietro. Abbiamo accusato il colpo emotivo davanti alla prigione di Tuol Sleng e ai killing fields di Pol Pot, dove ancora le ossa riemergono durante la stagione delle piogge. Sarà per questo che i cambogiani si addormentano nei posti più strani, in uno spossamento che non lascia scampo.

Al netto dei cafè, dei bar, di quello che viene considerato “vivace”, dei templi, del palazzo reale, delle storie di scippo e della spregiudicatezza dei motorini, i bar con le ragazze continuano le loro attività.  Anche qui l’aria è spessa e calda ma meno caramellosa di Bangkok e oltre all’aria condizionata possiamo solo aggrapparci al ventilatore. Le finestre sono bloccate, in un surreale effetto prigione. Irena è nervosa, lo so, ma ci sosteniamo nella invisibile distanza, parlando con altri viaggiatori, ascoltando frammenti di altre biografie; alcuni diventeranno amici o amanti, chi può dirlo, né io né Irena.

Anche nell’inferno è possibile trovare un nido. Mentre provo a farmi spazio tra i tuk tuk, i motorini e i resti di cibo, trovo il mio nido, il nido di vivere in una perenne piccola provincia, quale di istinto mi pare la Cambogia, anche quando io e Irena la lasciamo a bordo di autobus folli che corrono per le strade di terra, incuranti delle curve. Poi sarà di nuovo Bangkok e i suoi banchi di frutta sotto le metropolitane, i cui suoni vengono accompagnati dai canti strazianti dei ciechi.

Io e Irena prendiamo il treno. Dentro fa un freddo siberiano e lei indossa una giacca da neve. La nostra seconda classe ci permette di avere acqua e bevande gratis, nonché pranzo e merenda. Ma il lusso è smentito dagli scarafaggi e dai vetri lerci oltre i quali scorre un primo accenno di montagna, bella, non ancora del tutto domata. Così entriamo a Chiang Mai, che si presenta come un nido, fornendo le prove, ma lo è realmente solo a discrezione del singolo viaggiatore.

Un mercato notturno ci sfama, i vicoli si affacciano su giardini nascosti, botteghe, templi quasi dimenticati. A Chiang Mai vivono molti lavoratori autonomi senza fissa dimora: è cheap, dicono, è tranquilla, è facile. Li vedi nei coworking spaces, nelle caffetterie vegane e in giro in bicicletta. È il loro nido. Irena per il momento non può vederli, non può uscire dalla sua stanza, non può fare escursioni: è a letto malata. Lei dice che è il freddo glaciale del treno, ma io credo sia solo un attacco acuto di ansia.

 

 

 

 

0 Comments

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: