La città visibile

Per le strade di Beirut appare chiaro che anni di addestramento non ci hanno insegnato a sedare le aspettative. È inutile: moriremo tutti, di morte violenta, vegana, o serena ma le aspettative saranno sempre lì, fresche e pimpanti. Le aspettative sono al varco, non c’è tragedia che le scalfisca, non c’è intemperia che le pieghi. Niente. Sono le stesse che ti seguono mentre sei in giro per le strade di una città nuova, dove ogni “caverna” si apre come una possibilità infinita di rischi e incontri fortuiti. Il posto in cui sei ha già, al di là delle tue aspettative, una vita propria; è un organismo autosufficiente. La sua coscienza al riguardo è granitica: io sono fatto così. Una sentenza, in fondo, senza appello. Qualora volessimo già iscrivere il nostro epitaffio collettivo, io suggerirei Ho fatto una cosa brutta, spregevole, ho dato il peggio di me: ho invitato a cena un’aspettativa e sono stato trascinato, giustamente, in piazza con catene e bastoni.

Sono andata ad un concerto rap di due ragazzi giordani al “Metro al Madina“, un teatro sotterraneo, con l’odore di muffa non posticcia (e quindi gradevole) ma muffa vera, quella che sa di anni Cinquanta, come la sua estetica, e che non toglie la bellezza particolare di quel luogo. Ora, non so se sia “il tempio dell’underground di Beirut”, anzi, invito tutti a diffidare sempre da questo aggettivo, qualsiasi sia la vostra formazione e i vostri interessi. Essa è il diavolo e stando in un paese con diciotto confessioni diverse, fidatevi che noi sappiamo bene cosa sia il diavolo.

Il teatro è un posto intimo per fare cabaret e piccoli concerti. Appena entri due camerieri in livrea ti invitano a sederti o a stare in piedi. Vuoi qualcosa da bere, da mangiare? (Appunto, le aspettative sono camaleontiche). Per alcuni motivi Beirut sembra Paperopoli e uno di questi è la concezione del servizio. Non le piace la birra? Ne porto un’altra se desidera. No è perfetta, grazie. Ma non la beve! Sì, guardi. E la ingurgiti manco fossi in Baviera. In altre occasioni questa presenza mi stringe il cuore per poi spappolarlo quando, dentro un bagno di qualche posto, trovo una ragazza bengalese o etiope, spesso minorenne, che ti porge la carta per asciugarti le mani. Sono le sorelle o le figlie di chi si arrampica sull’ennesimo mostro in costruzione.

Anche in quel caso la città, le strade di Beirut, ti dicono senti, io sono fatta così. Come le tende pesanti sulle terrazze e quelle rosse, di velluto, nel teatro di cabaret, c’è sempre qualcosa che non si vuole far vedere, mostrare. Il resto è visibile e ognuno ne può trarre le conseguenze che desidera. Nella Beirut underground (sono gli innamorati musulmani che si nascondono nei siti archeologici i veri underground!) esiste anche una Beirut alternativa. Se sono sinonimi chiedo scusa.  Per le strade di Beirut tranci la città da Ovest a Est, con buona pace di Bashir, vedi la gentrificazione normalizzata, dove nemmeno più questo termine ha diritto di esistere perché non ha più niente che gli si opponga.

Le botteghe, il super lusso, i nuovi bistrot, le facciate ottomane e francesi decrepite, i giardini delle vecchie residenze dove si celebrano matrimoni a suon di dollari veri, non quelli di Paperopoli. La ricostruzione di Hariri e come si è declinata, i mostri urbani, i grattacieli di vetro e cemento vuoti e buoni solo ad assorbire la polvere che sale dalle strade. Da qui cammini sotto o ai lati di qualche sopraelevata e arrivi a Zokak el- Blat, che un sito di architettura riporta come multiconfessionale ma io ci ho visto solo i preparativi dell’Ashura però forse ho visto male e c’era qualche tenda pesante a coprire la rappresentazione. Dentro e fuori la recita urbana; è un processo sfiancante, significa entrare dentro le viscere della pietra e uscirne coperti di detriti e in mano uno scalpo del luogo fatto di tanti tasselli.

Comunque a Beirut anche l’architettura si arrende. L’unico post sincero che si merita è quello di post architettura. Una disciplina aliena fatta per studiare un posto scaraventato sulla Terra da qualche altro pianeta.

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