Il documentario “La Deutsche Vita” (2014) di Alessandro Cassigoli e Tania Masi in proiezione nelle sale berlinesi si muove in modo lineare e ironico su alcune vite di italiani a Berlino, vecchia generazione soprattutto, della nuova degli ultimi anni si vede poco e quindi si racconta anche poco.

Dalla voce off, una voce in “crisi del settimo anno e decisa a capire il suo rapporto oggi con questa città”, dalle storie e situazioni descritte, trapela una certa insofferenza naturale della vita dell’esule, nonostante un paese d’origine che non ha dato quanto atteso. Le memorie sono quelle di chi è arrivato quarant’anni fa, anche come avventuriero, e di chi sta qui da non molto e si arrangia come può perché a partire, da tempo, non sono più solo i cosiddetti cervelli, le menti illuminate da quattro master ma anche “gli altri” che non compaiono in nessun articolo se non sono storie di successo.

Ora che Berlino non può essere più descritta come un Eldorado, come ben sanno (ed evitano) gli autori di questo documentario, perché it’s too late, come cantava Bowie che qui ha vissuto, non si può evitare uno sguardo sulla città immersa in una rapida e fagocitante palingenesi. Il mito si è ridimensionato, per forza di realtà, ma non ha avuto vita facile avendo dovuto combattere con chi dal di dentro e dal di fuori la riteneva La Mecca del presente.

Da uno schema trito però si salta all’altro, quello forse ancora più ovvio: cibo, tanto cibo, nei ristoranti, nelle cucine private, cibo ovunque già dalla locandina. E poi tanta gestualità appassionata che ci portiamo in valigia, che sia di cartone o trolley. Si racconta per cliché forse anche reali, ma in nome di un presunto realismo si deve sacrificare la creatività della narrazione? Troppo semplice e troppo facile descriverci su toni culinari e sulle retoriche differenze tra tedeschi e italiani. Giocando sulla scena con lo stereotipo davvero si pensa di esorcizzarlo?

La realtà è molto più complessa e sebbene un documentario non possa essere rappresentativo di tutto, e sebbene un autore abbia il diritto di scegliere una chiave, anche leggera e comica, egli non può permettersi di restare in superficie. C’è un posto nel film, un negozio di vinili di un italiano a Kreuzberg, che ora si sposterà altrove, pur rimanendo nello stesso quartiere.

La gentrificazione, si dice, questo fenomeno che è quasi l’identità stessa berlinese, il suo sviluppo urbano post muro e che adesso accelera. La lavorazione del film ha avuto un processo lungo per questioni produttive, ma la città tedesca è veloce e se si vuole un po’ raccontarla non si può prescindere da questo, altrimenti le storie diventano già vecchie. Nel negozio, inoltre, si discute su chi viene a Berlino e perché ed i cliché continuano ad alimentarsi tra loro. Le esistenze sono tante e diverse, c’è anche chi torna a casa per motivi altrettanto diversi.

Ci sono anche artisti, etichetta sempre disgraziatamente onnivora, che vivono del loro lavoro, modestamente, perché la capitale tedesca una volta scarnificata dalle sue illusioni di “tutto è sempre possibile qui” resta in piedi e incassa un vantaggio almeno per ciò che resta della sua economicità, in relazione ad altre città europee, chiaramente.

Le storie si possono rappresentare anche scavalcando il si sa che siamo così anche se ciò che si sa non è una ricostruzione “tecnicamente” falsa. C’è molta malinconia e solitudine nei personaggi e un rapporto non sempre risolto con Berlino. Sarebbe stato bello dare un respiro maturo a questo. Perché non possiamo noi stessi raccontarci anche ai tedeschi al di là degli spaghetti?

Pubblicato su Moscow Mule/Alias-Il Manifesto 

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