La vita ordinaria di Neukölln

Considerare un luogo infinitamente straordinario ha l’effetto collaterale di far dimenticare il suo quotidiano. Il percorso del quartiere berlinese di Neukölln, negli ultimi anni, ha lasciato dietro di sé tracce che lo hanno additato ora come esempio di integrazione fallita ora come frutto spolpato voracemente dalla gentrificazione.

Dove finisce la demagogia e inizia la realtà? Nel suo libro “Ordinay Cities: Between Modernity and Development” (2006) l’urbanista Jennifer Robinson riabilita un approccio accademico volto alla demolizione delle etichette e a una (ri)scoperta delle città ordinarie. Da questo trae ispirazione la fotografa Sabine Von Bassewitz che nel progetto “Ordinary City esplora Neukölln e ne ritrae facce, ambienti, piccole poesie annidate nel flusso delle giornate di un quartiere unico e semplice allo stesso tempo.

Sabine, perché ha deciso di ritrarre Neukölln?

Ho una forte curiosità per i fenomeni molto stigmatizzati. Il termine Neukölln è usato come sinonimo di povertà, di integrazione fallita, di social welfare e anche di gentrificazione. Mi sono trasferita qui nel 2008 e certamente ho trovato questi fattori ma anche molto altro. A Neukölln ci sono 146 nazioni diverse, vecchie signore tedesche, giovani hipsters provenienti da tutto il mondo, e una grande comunità musulmana e non mancano gli angoli “bucolici”.

Neukölln è una città completamente ordinaria? E se sì, a chi appartiene?

In riferimento al testo omonimo di Jennifer Robinson, sì. Abbiamo bisogno di meno etichette e molta più conoscenza dei luoghi e scatenare la curiosità per i quartieri che definiamo, quasi annoiati, come “ordinari” dove, tuttavia puoi trovare tante storie e, in un certo senso, una magia. Il mio lavoro prova ad essere una risposta alla domanda “a chi appartiene la città?” , in ogni caso la città appartiene sempre ai suoi abitanti che lì vivono, la amano e cercano di opporsi a movimenti immobiliari esterni che mirano solo al profitto.

I ritratti di Sabine creano una mappa delicata del quartiere e nelle strade di Rixdorf, un’aerea dal passato boemo, vecchie signore si alternano ai tetti, agli angoli di verde, frammenti di un luna park, alla fine come scriveva Pavese il mondo è fatto di piccoli paesi. Neukölln sarà forse il laboratorio della futura Germania? Il “sindaco” del quartiere, Heinz Buschkowsky, nel 2012 pubblicò il saggio “Neukölln ist überall” (Neukölln è ovunque) dove sostiene, lontano da visioni romantiche, che non si può parlare di integrazione vincente, bensì di una segregazione irreversibile, da cui si esce puntando sulla formazione, sulla scuola.

Il contesto a cui fa riferimento Buschkowsky è quello in cui meno della metà dei ragazzi di molte scuole elementari del quartiere ha una conoscenza sufficiente del tedesco, ad esempio, e in cui l’accettazione totale nei microcosmi dei migranti delle regole e delle leggi è spesso scarsa. Per il “sindaco” la responsabilità è chiara: non regge più la scusante della mancanza di opportunità o di risorse economiche, e a fronte del Welfare devi esserci una responsabilizzazione delle persone stesse e un settore pubblico che garantisca davvero le pari opportunità.

Il dibattito è aperto e le argomentazioni di Buschkowsky hanno prestato il fianco a critiche che lo hanno dipinto come un piccolo borghese populista che conosce Neukölln solo dalla finestra del suo ufficio, mentre lavora a maglia, e che si permette legami arditi (e non dimostrabili) nel mondo musulmano tra religione, violenza domestica, piccola criminalità e alfabetizzazione.

Lui si è difeso ammettendo di rifiutare ipocrisie e di credere nella possibilità per tutti di riscattarsi come è stato per lui, cresciuto a Neukölln in modeste condizioni, figlio di un fabbro e di una segretaria. Ma fino a che punto l’identità culturale e la religione, da preservare, da non assimilare, diventano un problematico confine politico? Herr Buschkowsky di che tipo di integrazione stiamo parlando?

Pubblicato su Alias/Il Manifesto per la rubrica “Moscow Mule”

*Foto di Sabine Von Bassewitz

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