Lettera aperta a Walter Benjamin

Caro Professore, perdoni l’insolenza dei dubbi che mi assalgono e che ho deciso di condividere con lei. Non sto qui a tediarla sulla mia identità e andando oltre le reciproche biografie vorrei raccontarle un episodio curioso su cui sicuramente avrà modo e tempo di riflettere.

Tempo fa mi aggiravo per New York, città che purtroppo lei non ha fatto in tempo a raggiungere per un destino surreale che comprendo perfettamente. Dunque, sì, mi aggiravo per quella città incredibile, massacrante, ma incredibile e decisi di entrare al MOMA. Dopo diverse ore di passeggiata per le sale e i dipinti, giunsi davanti alla notte stellata di Van Gogh.

Davanti forse è un termine generoso: la folla era tale che riuscii a ritagliarmi uno spazio obliquo accanto al custode-vestale della perla che avevo sempre visto riprodotta, appunto, come lei scrive. La folla, avida, si accalcava a ridosso del capolavoro impedendo la vista a me e a qualche altro povero diavolo. Tutte le braccia occultavano la spirale folle delle stelle, impegnate a fotografare con ogni dispositivo che capitava.

Ho pensato subito a lei Professore, chiedendomi, forse stupidamente, se avesse ancora senso, oggi, continuare a riprodurre qualcosa di già riprodotto migliaia di volte. Insomma, voglio dire, ero lì, la notte stellata era lì, Van Gogh era lì (più o meno) e l’aura di tutto questo non credo fosse particolarmente sacrificata, anzi. In fondo mi trovavo in mezzo a una esperienza in qualche modo “sacra” in un tempio contemporaneo dell’arte, dove la sacralità poteva essere distribuita, seppur in modo diverso, tra me e gli altri.

Ma dove inizia e dove finisce in questo caso il sacro? Tutti eravamo davanti al quadro a possederlo, ma non so capire se questo possesso fosse più effimero per me o per chi lo stuprava fotografandolo in massa. Se la loro “riproduzione” avesse la meglio su di me che sgomitavo e che alla fine mi sono arresa forse non rendendomi conto di pensare: Ah beh, la notte stellata, chi non l’ha vista tanto quanto è stata riprodotta?

La tradizione, la bella contemplazione muta davanti al genio, è sbriciolata dalla riproduzione a raffica, e qui, Professore, non si parla di “semplice cinema” o “semplice fotografia”, qua siamo oltre, oltre la sua stessa immaginazione. Lo avrebbe mai detto? Guardi, ci chiediamo pure se siamo oltre la cultura di massa. Purtroppo. Certo, possiamo sbandierare quello che resta della democratizzazione il cui concetto è applicabile a me che quel pomeriggio mi ritrovai davanti alla notte stellata come agli altri. Mi auguro che possa aiutarmi a dipanare meglio questo ragionamento.

La prego di dare un affettuoso abbraccio a Theodor.

Una sua confusa lettrice.

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