Lo “Spike Lee” di Kreuzberg

Cinque donne calve e dall’aspetto non identificabile si lasciano andare in monologhi dove Dio si trova di fianco al sesso. Sono cinque giovani musulmane in Germania, arrivate da poco tempo, le cui storie sono la rielaborazione teatrale di alcune interviste fatte da Feridun Zaimoğlu e Günter Senkel.

Storie di quasi ordinaria quotidianità, che distruggono qualsiasi stereotipo. Anzi, come sostiene il regista Neco Çelik, figlio di Gastarbeiter turchi a Berlino, oltre lo stereotipo ci sono costruzioni mentali più profonde da distruggere, comune ai tedeschi così come diffuse tra i turchi. Non stupisce, quindi, che le sue ragazze in scena, le Schwarze Jungfrauen” (vergini nere) godano nello scomporre, con ironia e acume, qualsiasi preconcetto, anche banale, si possa avere sul loro conto.

La religione, la solitudine, l’amore, la famiglia: niente è come ci si aspetta. Forse la rabbia distruttiva esaspera anche il linguaggio, inevitabilmente colorito, ma figlio anche di una esasperazione culturale. Si strappa il velo e si rimane calve: non c’è niente di complicato, niente di conflittuale e la religione non fa l’abito del personaggio anche se nudo, come in scena, o completamente coperto, come da immaginario tradizionale.

A Neco Çelik è stato dato l’ epiteto di “Spike Lee di Kreuzberg” per aver raccontato fette della comunità turca nell’omonimo quartiere berlinese. Nel 2003 gira il film underground e poco reperibile “Urban Guerillas” dopo “Alltag” dell’anno precedente. Per la ZDF è anche autore del documentario “Notti di Xberg- giovani turchi a Berlino”. Da giovane entra nel collettivo “36” che è ricordato come fronte di autodifesa urbana contro gli attacchi di estrema destra (Anni Ottanta e in parte Novanta) ma che ebbe anche un’anima composta da street artists e musicisti.

Oggi parlare di integrazione è forse ancora rischioso e complesso, la Merkel tempo fa ha ammesso che il sogno di una vera integrazione è fallito. “Non ci potremmo mai assimilare completamente, se è questo che intende la cancelliera”, dice Mustafa, gestore di uno dei tanti chioschi della capitale tedesca. Nella sottile linea d’ombra tra integrazione e assimilazione la presenza dell’universo turco, da queste parti, è un dato di fatto e la tolleranza, almeno nei suoi aspetti più visibili e macroscopici, anche.

Per Kreuzberg o Neukölln l’identità forte e granitica spazia dai dettagli delle antenne paraboliche sui palazzi fino a dodici piani al tedesco buffo e curioso parlato dai giovani nati in Germania che frequentano scuole tedesche. Come sempre il polso della situazione, quello che pensa e sente la “ggente” lo fanno le cose piccole, i battibecchi in ascensore o nelle saune delle palestre. In una di queste due donne turche chiacchierano ad alta voce avvolte da un telo a scacchi rossi e bianchi mentre una tedesca dice loro, ferma ma educata, che si sta in sauna per rilassarsi. Qualcuno le risponde che basta sdraiarsi per raggiungere lo stesso scopo.

“Stupida occidentale” avrebbe ghignato tra i denti una delle vergini nere di Çelik. Il suo spettacolo va ancora in scena, con sottotitoli in inglese, il 24 Giugno 2014 al Gorki Theater di Mitte, teatro con un trascorso storico di dissidenza nella Berlino Est e il cui manifesto programmatico, aperto a testi multiculturali, così recita: “Das Gorki meint die ganze Stadt, mit allen, die in den letzten Jahrzehnten dazu gekommen sind, ob durch Flucht, Exil, Einwanderung oder einfach durch das Aufwachsen in Berlin”. Ovvero: Il Teatro Gorki è per tutta la città, e riguarda tutti quelli che sono arrivati negli ultimi decenni, chi in cerca di asilo, chi in esilio, chi è semplicemente un migrante o chi è cresciuto qui.
Pazienza se vergini e/o nere.

Per la rubrica Moscow Mule/Alias-Il Manifesto 

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