Lo Stato della follia. Gli OPG in Italia

Il documentario “Lo Stato della follia” (2014) di Francesco Cordio, selezionato per la cinquina dei David di Donatello, è un viaggio necessario e sofferto nella realtà degli OPG, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, nato in seguito ai sopralluoghi realizzati in queste stesse strutture dal regista per conto della Commissione di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale presieduta da Ignazio Marino nel 2010.

La stessa commissione presentò un emendamento che prevedeva la chiusura di queste strutture entro il Marzo 2013, sostituendoli con strutture sanitarie. Ma il percorso è lungo e tortuoso: in seguito l’attuazione del decreto legge viene prorogata all’Aprile 2014. La Conferenza delle Regioni, tuttavia, ha chiesto un ulteriore rinvio al 2017, poiché non sarebbero ancora pronte le REMS (Residenze per l’ Esecuzione delle Misure di Sicurezza), quelli che vengono chiamati “mini OPG”, residenze su base regionale, in cui eseguire le misure di sicurezza detentive.

Attualmente le norme che consentono la reclusione negli istituti, sei sul territorio nazionale per un totale di circa 1500 persone e non coinvolti nella riforma della psichiatria avviata con la Legge Basaglia, risalgono al Codice Penale emanato nel 1930 dal regime fascista.
Due sono i requisiti perché il giudice disponga una misura di sicurezza detentiva in sostituzione o in aggiunta alla pena: la commissione di un reato e la pericolosità sociale. Chi viene reputato socialmente pericoloso, cioè si ritiene probabile che commetta nuovamente reati, è sottoposto ad una misura di sicurezza calibrata in base al grado di pericolosità.

Le durate delle misure di sicurezza sono di due, cinque o dieci anni. Prorogabili teoricamente all’infinito. È su questo assunto che Cordio muove i suoi passi nel girone infernale dei corridoi degli OPG, presenti ad Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto, Montelupo Fiorentino, Napoli, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere, documentando il degrado umano e materiale, l’incuria sanitaria, la sovra medicazione con psicofarmaci e le storie di chi vive da anni lì dentro letteralmente e paradossalmente dimenticato.

Una delle eccezioni è il caso dell’OPG di Castiglione delle Stiviere (Mantova) l’unico in cui sono presenti anche donne e gestito da personale sanitario.
Nel percorso dantesco del regista e dello spettatore il ruolo metaforico di guida è affidato all’attore Luigi Rigoni che racconta la sua vita ad Aversa come detenuto.

Cordio lei ha scelto un attore che ha realmente vissuto in un OPG come filo rosso del suo racconto, come vi è entrato in contatto e perché lo ha scelto?

Ho conosciuto Luigi Rigoni attraverso sua moglie che un giorno mi contattò per raccontarmi la sua storia. Mi convinsi subito che solo Luigi poteva essere il giusto narratore di quell’inferno. E ho deciso di fargli raccontare la sua storia in uno splendido teatro della fine dell’Ottocento, quello di Todi. Per lui credo sia stato importante farlo in quel luogo, non aveva mai raccontato a nessuno per filo e per segno quello che aveva vissuto e dopo quella narrazione non l’ha più raccontato a nessuno. Un esperienza direi catartica.

Che storie avrebbe voluto approfondire avendone avuto il tempo e le possibilità pratiche?

Sono tante le storie che avrei voluto approfondire e raccontare. In particolare di una ho proprio il rammarico di non averlo fatto. Quella di un ragazzo che ho incrociato per pochi minuti nell’OPG di Reggio Emilia e che con grande lucidità mi disse “l’uomo è un animale che può provare ad abituarsi, qua viene messo a dura prova”. Lui la prova non l’ha superata e poche settimane dopo si è tolto la vita, a pochi giorni dall’invio in comunità. Il film è dedicato idealmente a lui e a tutti quelli che non ce l’hanno fatta.

Quale è secondo lei un destino possibile e sensato, senza retorica, per queste strutture e queste persone, considerando che molto probabilmente ci sarà una ulteriore proroga alla chiusura degli OPG?

La proroga è stata richiesta dalla Conferenza Stato-Regioni e quindi sarà sicuramente accordata, ma sarebbe giusto che parte dei milioni di euro previsti per le nuove strutture vengano intanto investiti in percorsi alternativi nei servizi territoriali e nel capitale umano. Si eviterebbero quanto meno nuovi invii in OPG. Chi non è più pericoloso deve essere dimesso e possa fare ritorno nel territorio d’origine. Per il futuro è giusto che le strutture dei sei attuali Ospedali vengano convertite ad altre destinazioni (come si fece con i manicomi).

Perché lo Stato è così impotente volutamente o meno e cosa manca alla società civile nel suo rapporto con questa realtà spesso sconosciuta o ritenuta “inevitabile”?

La risposta non è facile, lo Stato, con il lavoro della Commissione d’inchiesta, ha dimostrato di avere ancora una coscienza, ma purtroppo non tutti i mezzi per agire. Così nonostante le migliori intenzioni tutto va avanti con grande lentezza. Alla società civile invece credo manchi la conoscenza dell’argomento. La questione riguarda tutti, ignorarla potrebbe significare un giorno sbatterci la faccia all’improvviso. Tuttavia, sono un filmmaker, non ho risposte né soluzioni. Faccio politica con le immagini, mi sono imbattuto in questa storia e non potevo non raccontarla. Mi sono limitato a raccontare, a mio modo, e a denunciare. Ma sta ad altri risolvere l’orrore di Stato.

Il documentario sarà in proiezione a Roma dal 23 al 26 Marzo presso il Nuovo Cinema Aquila e il 29 presso il Teatro delle Scuderie Villino Corsini, a Perugia il 15, 16 e il 20 al Cinematografo Sant’Angelo, a Caserta il 21 al Cinema Duel, a Palermo il 28 al Cinematocasa e il 31 al Beltrade di Milano.

Maria Rosaria Bianchi è una psichiatra che ha lavorato nell’OPG di Aversa ed è autrice del libro “Un consapevole impossibile amore” (Nulla Die Edizioni, 2014) in cui raccoglie con la semplicità e l’eleganza di un diario, non solo professionale, la sua esperienza dentro quello che lei stessa definisce come un “problema che investe noi tutti: quello dell’intreccio tra Diritto e Psichiatria”.

È possibile superare l’idea stessa di internamento?

“Ho il timore che se si continua a pensare solo ad avere nuovi edifici per chiudere i vecchi, il problema non si risolverà mai. Ci si trasferirà negli edifici nuovi con il pensiero vecchio e subito diventeranno vecchi pure i palazzi nuovi. Deve cambiare il pensiero sulla malattia mentale che non è incurabile e non è propria di tutti gli esseri umani. Purtroppo il pensiero della malattia mentale come incurabile, innata, ha creato i manicomi criminali e se rimarrà in auge non li farà chiudere mai. Il problema dunque è nella cultura. Si inizi a parlare di prevenzione e cura in psichiatria e le cose potrebbero davvero cambiare. Solo dopo questo chiarimento fondamentale possiamo parlare di edifici e pure qui naturalmente non si capisce perché i pazienti psichiatrici non debbano avere a disposizione contesti dignitosi, in osservanza delle regole della legge 626 sulla sicurezza. Inoltre quando parliamo della libertà della persona, di cosa, di chi stiamo parlando? Non si può essere liberi di ammazzare, violentare, stuprare. Come psichiatra ho sempre avvertito sullo stesso piano l’importanza della cura del paziente e della tutela della società. E bisogna stare attenti a questi argomenti, altrimenti vuol dire che il malato non viene riconosciuto come tale e va a finire in carcere perché deve scontare una pena. Ma è questa la soluzione? Quanto poi ad altre tipologie di pazienti degli OPG, si tratta spesso di persone che per età o altro non hanno più legami affettivi sul territorio e non sono in grado di badare a se stessi. Abbandonarli sarebbe grave e incivile. Così non si libera nessuno”.

Una delle critiche che si rivolgono a questi istituti sono la forte somministrazione di farmaci, a volte non necessaria, e anche la carenza di personale sanitario competente, cosa ne pensa da medico?

Per me la psichiatria è imprescindibile dalla psicoterapia che ne rappresenta il suo nucleo fondamentale. Dunque lavoro come psichiatra-psicoterapeuta e pure alla Staccata di Aversa facevo i gruppi di psicoterapia. Però i farmaci non sono il demonio, è il loro uso sconsiderato e inadeguato che non condivido. Non è possibile usare il farmaco per togliersi di torno il paziente. Bisognerebbe investire molto sulla formazione di personale altamente qualificato che sappia rispondere alle complesse realtà dei pazienti psichiatrici gravi. Penso poi che si debba agire sulla cultura, per creare le condizioni di fare prevenzione e cura della malattia mentale. Far cadere il pensiero che non c’è nulla da fare o che si debba fare da soli. Non c’è vergogna nel curarsi. La vera soluzione per il superamento degli OPG è questa.

Pubblicato su Alias/IlManifesto 

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