Memorie ed identità alla Berlinale

In una scena di “Germania in autunno” (1978), film collettivo di nove registi tedeschi sulla lotta al terrorismo e sulla conseguente repressione, Fassbinder dialoga con la madre sui fantasmi del passato e di cui lei stessa ne è stata per anagrafe testimone: il confronto che emerge ha un retrogusto amarissimo quando le chiede, provocandola, cosa allora possa essere meglio della democrazia come stato attuale delle cose, forse un sistema totalitario? Con un satanico e timido sorriso la madre opta per una dittatura ma dal carattere umano e buono.

Le stesse (irrisolte) riflessioni hanno convinto il documentarista francese Jean Gabriel Périot, con un lavoro di archivio di almeno otto anni, a tentare di ricomporre con il film “Une Jeunesse allemande” un puzzle folle che attraversa gli anni Sessanta e Settanta tedeschi. Dal movimento studentesco di giovani borghesi anche allievi della prestigiosa scuola di cinema di Berlino Ovest (DFFB) alla deriva violenta di alcuni di loro, esponenti della Raf come Baader, Ensslin, Meinhof, Meins e l’avvocato Mahler (difensore di Rudi Dutschke e neonazista anni dopo).

La documentazione di Périot ha il prezioso merito di portare alla luce gli esperimenti cinefili della nuova avanguardia (Ensslin compresa) e un repertorio televisivo accuratissimo in cui la Meinhof è la voce dei “giovani” nei seriosi salotti televisivi. E poi lui, Fassbinder, i cui estratti filmici lo ribadiscono figlio insolente del nuovo cinema tedesco, che ritrae la coscienza sporca della Germania del dopoguerra tra gli spettri e gli ipotetici crimini di stato di Stammhein.

La sua maleducazione, lucidità e ironia attraversa anche il documentario sulla sua biografia “Fassbinder- Lieben ohne zu fordern” (da amare senza pretese) di Christian Braad Thomson, il cui cuore e filo rosso è una vecchia intervista del 1978 a Cannes dello stesso regista ad un Fassbinder ormai consunto (morirà nel 1982 a 37 anni). Quaranta film per cinema e televisione, il monumentale Berlin Alexanderplatz” (1980) tratto dal testo di Döblin, una irriverenza che scalcia le convenzioni sulla famiglia, l’emancipazione femminile, il rapporto tra i sessi: è questa l’immensa eredità del genio tedesco, complesso e profondamente umano così come viene raccontato nel lavoro di Thomson dall’attrice Irm Hermann, la muta Marlene de Le lacrime amare di Petra Von Kant” (1972) e dal collaboratore Harry Baer.

La memoria legata all´identità smarrita o ritrovata dirompe nel film Vergine giurata” di Laura Bispuri, poco nota prima della Berlinale eppure già molto promettente nel dare forma attraverso una splendida interpretazione di Alba Rohrwacher al fenomeno albanese, ormai poco diffuso, delle Burrnesha, donne che decidono di mantenere la propria verginità e di assumere il ruolo sociale (e la conseguente naturale mutazione fisica) di un uomo, vestendosi, lavorando come tale, per sfuggire a un matrimonio combinato o per avere una indubbia maggiore libertà.

Lo stesso tema è ripreso dalla documentarista Anabela Angeloska in “Hakie- Hakie. Ein Leben als Mann” (una vita da uomo) che segue il quotidiano di Hakie, 71 anni e una vita passata nel lavoro dei campi, orgogliosa della propria scelta e incapace di capire la curiosità esotica nei suoi confronti da parte di registi, esploratori, giornalisti. Non solo Hakie ha rinunciato alla sua femminilità ma non le manca nemmeno una qualsiasi vita sessuale, a differenza della protagonista del film della Bispuri (tratto dal libro omonimo di Elvira Dones e girato tra l’Albania e Bolzano), che dà alla tematica antropologica in questione un taglio più complesso avendo il corpo un ruolo centrale, assieme alle aspettative sociali ad esso legate, al controllo (un personaggio pratica nuoto sincronizzato) alla liberazione.

La regista pone la sua storia in un inverno suggestivo e in una città livida quanto basta, dove l’altro, inteso come genere, etnia, cultura, non è mai descritto come un cliché selvaggio e non è mai troppo divaricata la distanza tra passato e presente.
Anche nel film del regista rumeno Radu Jude “Aferim!” l’identità si mette di traverso tra passato e presente, seppur in termini diversi e nella veste di un western storico ambientato nella Valacchia di fine Ottocento. L’identità è qui una dialettica tra storia e multietnicità in una realtà di soprusi e discriminazioni dove il protagonista, un vecchio “sceriffo”, e suo figlio cercano uno zingaro-schiavo fuggito dalla tenuta di un boiardo.

Il bianco e nero e una certa ironia evocano le atmosfere di Ciprì e Maresco ma il registro è meno sguaiato e la sceneggiatura è frutto di una ricerca che risulta a tratti ostica a chi è digiuno di storia rumena. Avevamo già avuto sentore della forza creativa della nouvelle vague di questo paese con i lavori di Cristian Mungiu ma possiamo averne la conferma nell’interessante film, un fresco thriller politico, di Tudor Giurgiu “De ce eu/Why me?” basato su una storia tristemente vera, quella del procuratore rumeno Cristian Panait che morí in circostanze strane a 29 anni. Il regista affonda nelle maglie oscure della corruzione tra affari e politica raccontando la storia di chi arriva davanti a un bivio tra ambizione, onestà e collusione con un sistema marcio. Un film doveroso, necessario, che viene idealmente dedicato alle nuove generazioni.

Pubblicato su glistatigenerali.com

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