Minijob tedesco: il lavoro meglio di niente non convince più

Sul fronte occupazione, la partita Italia-Germania è persa da sempre. La Germania ha un tasso molto basso di disoccupazione, tra il 5 e il 6% contro il nostro 11-12%, ma soprattutto ha circa 41 milioni di occupati regolari su una popolazione di 82 milioni di abitanti. In Italia invece su 60 milioni di abitanti gli occupati sono solamente 22 milioni: la percentuale di tasso di occupazione in Germania è dunque intorno al 76%, superiore di 20 punti a quella dell’Italia (dove ci si ferma al 56,8%).

Tutto perfetto, Germania prima della classe? Non proprio. Perché in questi super-dati sono contemplate le occupazioni scarsamente retribuite, nonostante la generale tendenza a definire i rapporti di lavoro con contratti a tempo determinato (per massimo due anni) o indeterminato.

Il minijob tedesco, forma contrattuale dei Geringfügig entlohnte Beschäftigte (lavoratori scarsamente retribuiti) introdotto dalla coalizione rosso verde composta da Spd e Verdi nel 2003 per rivitalizzare l’occupazione, è di questi tempi messa in discussione da più parti. Questa tipologia di contratto, estensione di quello che era precedentemente il part-time job riservato solo agli studenti, prevede una retribuzione di 450 euro al mese esentasse per il lavoratore, non implica ferie e malattie retribuite ed è spesso necessariamente implementata dall’assegno di base del sussidio sociale Alg II (Arbeitslosengeld, indennità di disoccupazione), che in questo caso sostiene il lavoratore nel pagamento dell’affitto e della assicurazione sanitaria.

Cioè in pratica lo Stato ammette questa tipologia di lavoro sottopagato, sapendo a priori che dovrà prima o poi intervenire, nella stragrande maggioranza dei casi per integrare il troppo magro reddito, al fine di ridurre il tasso di disoccupazione. Ma quali sono veramente le dinamiche nascoste del minijob tedesco?

In base ai dati dell’agenzia del lavoro il totale dei “minilavoratori” ammonta a 7,5 milioni, di cui due terzi sono donne. I settori interessati spaziano dal turismo, alla ristorazione, fino al commercio al dettaglio e all’assistenza sociale. La disciplina in merito alle ore di lavoro, che per legge non dovrebbero superare quelle di un part-time di circa 20 ore settimanali, e al compenso (dal 1 gennaio 2012 è in vigore il salario minimo 7,89 euro nei länder dell’Ovest e 7,01 in quelli dell’Est) talvolta è tacciata di essere discrezionale.

Molto raramente si arriva a una normalizzazione del rapporto di lavoro con un contratto più stabile. Per questo motivo il minijob è fortemente criticato e il partito dei Verdi e tutti i partiti dell’opposizione ne chiedono l’abolizione o almeno la sua concreta trasformazione in lavori più stabili. Eppure tra le fila di questi lavoratori ci sono molti studenti, e coloro che utilizzano il minijob come salutare seconda entrata – almeno un terzo, secondo le rilevazioni – sarebbero in costante crescita.

Hans-Peter Klös, dell’Istituto di ricerca economica di Colonia, è convinto che la riduzione della soglia del minijob equivarrebbe a sostenere il lavoro nero: “Per un recente studio commissionato dal Ministero della famiglia il minijob è stato contestato ancora poiché risulta che le donne, ad esempio, non avrebbero nessuna prospettiva di carriera”, spiega ad Articolo 36, “ma non si considera che la formula del minijob risponde ai desideri del lavoratore stesso. L’ufficio federale di statistica ha rilevato che ben un quarto di questi lavoratori non avrebbe altre prospettive di lavoro e spesso intervengono motivazioni personali che spingono a prediligere un minijob invece che un lavoro vero, come le responsabilità familiari o il desiderio di avere più tempo per altre cose. Infine una stima del Socio-Economic Panel mostra che in un sondaggio condotto su 20mila persone solo il 15% vuole lavorare a tempo pieno“.

Certamente per il datore di lavoro il minijob comporta molti vantaggi“, aggiunge Annelie Buntenbach, membro della federazione dei sindacati tedeschi Dgb (Deutschen Gewerkschaftsbundes), “Il rapporto di lavoro è molto flessibile, il compenso a ore è basso, due terzi dei miniworkers guadagnano meno di 8,50 euro all’ora“. Ma molti sono gli aspetti negativi, soprattutto dal punto di vista dei beneficiari: Il datore di lavoro per un minijob paga una quota forfettaria di contributi: per la sua quota invece il lavoratore può chiedere l’esenzione, e considerato il basso guadagno sono in molti a farlo. Con il risultato di ritrovarsi, tra venti o trent’anni, con un montante contributivo misero e una pensione conseguentemente troppo bassa. Un problema che anche in Italia diventa di anno in anno più spinoso.

La proposta dei sindacati tedeschi è che per i lavori poco retribuiti che comprendono non solo i minijobs nello specifico ma anche occupazioni analoghe con una retribuzione leggermente maggiore, fino a un compenso di 850 euro, il datore paghi una percentuale più elevata di contributi rispetto ad ora nel settore a basso salario, con lo scopo di creare a lungo termine una maggiore occupazione e una riduzione dei costi dei sussidi sociali.

In questo contesto le differenze tra Berlino e il resto della Germania sono palpabili. “Nella capitale tedesca non sono presenti molte industrie manifatturiere in cui i salari sono relativamente alti e il posto di lavoro tendenzialmente stabile“, continua la Buntenbach, “Berlino offre anche buone possibilità di occupazione nel settore della ricerca, dello sviluppo, di internet ma è nel settore dei servizi che la musica cambia. Nel settore alberghiero e nella ristorazione per esempio, o nel commercio al dettaglio, ci sono molti posti di lavoro precari, come i minijobs, lavori temporanei e molti lavoratori freelance che non riescono a vivere del proprio guadagno. D’altra parte la città ha un grande potenziale creativo, ottime università, e con il tempo sta recuperando terreno rispetto al resto del paese».

La percezione del fenomeno dei minijobs al di fuori della Germania fa definire “truffa” il miracolo occupazionale tedesco e nel marzo scorso i ministri belgi dell’economia e del lavoro, Johan Vande Lanotte e Monica De Coninck, hanno denunciato la situazione di “concorrenza sleale” in sede di Commissione europea, dopo che alcune aziende del loro paese erano state costrette a chiudere delocalizzando proprio in Germania (che a sua volta delocalizza verso l’Europa dell’Est).
Eppure la macchina del welfare tedesco, seppur forse non perfetta, è comunque ben oliata: un sistema solido e capillare che brilla nel confronto con altri sistemi ben più rudimentali – a cominciare da quello italiano.

A tal proposito, citando lo scrittore Giovanni Perazzoli, si potrebbe sostenere che “per loro [i tedeschi] la disoccupazione esiste perché ci sono i sussidi, per noi [gli italiani] perché non c’è lavoro o c’è lavoro nero. Per loro la flessibilità è a condizioni di garanzia, per noi a condizioni di sfruttamento“.
In ogni caso e al di là di ogni percezione interna ed esterna, in Germania il tema caldo dell’occupazione avrà un ruolo importante nelle prossime elezioni federali di settembre.

Pubblicato su Articolo36.it

*Foto tratta da StreetArt in Germany

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