“Caro amico, sto sognando, vedo grattacieli di New York, sento le belle musiche e tu scrivi un altro copione …Se mi puoi comprare questa roba che assolutamente mi serve: un giubbetto nero, lo trovi  a Piazza Vittorio, costerà ottantamila lire e un paio di stivaletti col tacchetto, n. 42… Sono contento di essere stato almeno capito da te, uno dei pochi amici che ho incontrato nella mia vita, un amico che mi sa dare qualcosa che gli altri non sanno”.  

Questo è uno stralcio di una delle circa 170 lettere che Gerardo “Gerry” Sperandini scrive al regista romano Nico D’Alessandria dall’ ospedale psichiatrico di Aversa. Sono passati quindici anni dalla scomparsa di uno dei più grandi autori del cinema indipendente italiano, un cinema dalla poetica unica, fatta di adesione alla realtà come militanza, senza rinunciare alla componente del sogno. Nico conosce Gerry nel quartiere romano di Monti prima che sia mandato ad Aversa dal padre perché ritenuto socialmente pericoloso. L’autore si adopera per prenderlo sotto tutela dall’ ospedale, in una licenza sperimentale, e ne fa un imperatore, L’imperatore di Roma”.

L’omonimo film, del 1987, ritenuto a ragione il capolavoro di D’Alessandria e considerato ormai un cult imprescindibile, è neorealismo adattato agli anni Ottanta. Gerry, zavattinamente pedinato, come un Accattone moderno, è un figlio naturale del degrado e dell’amore difficile per Roma, colta con uno sguardo in bianco e nero, assolutamente personale, che non fa il verso a nessuno. L’imperatore di ciò che resta dei fasti della città, è un flaneur atipico che attraversa il Colosseo come uno dei suoi gattacci, il Circo Massimo, il ponte della Magliana, i mercati generali di Testaccio, Monti e Colle Oppio, vive come il suo interprete “reale” tra droga e furti, si impossessa di Roma e ne cava fuori un omaggio involontario e delirante, di solitudine e repressione.

Eravamo in tre a girare il film”, racconta Giuliana Mancini compagna di Nico dal 1977 e collaboratrice di molti suoi film, “ovvero Nico, io e il direttore della fotografia, Roberto Romei, durante un’ estate molto calda quando ancora Roma, in quel periodo dell’anno, era deserta”. Cosa si dovrebbe amare in primis in un autore come Nico D’Alessandria? “L’indipendenza. L’indipendenza ha caratterizzato tutto. Ai tempi del centro sperimentale credo che Nico abbia attraversato un periodo molto formale dal punto di vista estetico, che è finito con la contestazione al Festival del Cinema di Venezia del 1968 ed è proseguito con l’esperienza dei Cinegiornali liberi.
Lui, Maselli, si vedevano tutte le settimane a casa di Zavattini”.

Un percorso lungo e frastagliato, scandito dall’autoproduzione, dalla distribuzione difficile, dalle censure televisive, che inizia già, appunto, dal centro sperimentale di cinematografia dove Nico D’Alessandria, lasciati gli studi in legge, si diploma nel 1967 con il saggio Il canto d’amore di Alfred Prufrock”, ispirato alla poesia di T.S. Eliot e accompagnato dalla voce di Carmelo Bene.

Attraverso le riprese di strade,  delle sculture di Giulio Ciniglia, e di una coppia in una stanza, si fanno largo con un collage visionario i temi cari al suo cinema: il disadattamento e il sogno, già presenti in “Evelina e Marcoaldo di un anno prima, un cortometraggio sgranato sulle dinamiche delle relazioni sotto forma di un piccolo incubo dove la solitudine è ai margini di una scelta o di una condanna.

La carriera di D’Alessandria procede con l’esperienza dei film collettivi dei Cinegiornali liberi (l’occupazione delle case a Decima, “Orate Frates” su un immaginario bombardamento della cupola di San Pietro), è aiuto regista di Roberto Mauri, Franco Giraldi, Roberto Gavioli, Tinto Brass, Antonello Branca, Sergio Martino e molti altri, tra il 1968 e il 1976, ma è anche autore per la radio con “Processi mentali”, una serie di audio documentari del 1978, sei ritratti di malati di mente.Passaggi” (1980) è il lungometraggio d’esordio, una riflessione sulla vecchiaia e sulla possibilità di innamorarsi a novant’anni, nonostante la consapevolezza di essere al termine del percorso.

Lo stesso tema verrà ripreso in Regina Coeli” (2000), una storia d’amore tenera, fiabesca, con un probabile lieto fine sospeso, a marcare la disillusione dei sentimenti. Lei è un’assistente volontaria, Regina, interpretata da Magali Noel (la Gradisca di Amarcord), un personaggio molto romantico, lui è Graziano (Luciano Curreli), un pastore sardo condannato per un sequestro per cui si dichiara innocente.  Il regista propone una versione più dimessa della Gradisca come archetipo femminile, seppur non priva  di una sensualità vitale anche se ridimensionata.

Di nuovo dei personaggi che abitano il mondo come fantasmi, ma in modo meno complesso de “L’amico immaginario” (1994), un cinema privo di peccati originali, puro. Graziano è doppiamente disadattato, come carcerato e per la sua identità veicolata da una lingua incomprensibile. Un film forse con più distacco tra il regista e i personaggi che portò l’autore ad  ipotecare la casa per girarlo. Tra gli attori, oltre ad una breve apparizione di Gerry Sperandini, c’è Rossella Or e Victor Cavallo, altro personaggio mitologico di una certa Roma, conosciuto da D’Alessandria in giro per l’Esquilino, scomparso a pochi giorni di distanza da Sperandini, alla soglia della fine del Millennio.

Victor Cavallo è il protagonista del già citatoL’amico immaginario”, una interpretazione intensa dell’attore romano la cui voce segna l’incipit del film e ne definisce da subito il senso: “Il ritorno allo stato di veglia da una condizione di sonno faticosamente raggiunta mi procura talvolta una infelicità così profonda da lasciarmi quasi paralizzato. E non trovo neanche la forza di leggere Topolino con te”.  

Cavallo è Dino Raider, un uomo solo,  inadatto alla vita, che trascorre le giornate passeggiando per Roma, con il figlio e in conflitto con la ex moglie e con quella attuale. Il suo unico vero amico è immaginario, un prete defunto, un santo personale. Una vita rotta come le scarpe e gli occhiali che il protagonista porta a riparare;  il tempo che scorre, l’angoscia, la critica alla deriva del “collettivo” come esperienza politica, il fatalismo e la conflittualità: con questo film D’Alessandria traccia un suo immaginario testamento cinematografico. “Dietro l’inquietudine era un uomo molto ironico” confessa Giuliana Mancini. In una scena di “Regina Coeli” alcuni detenuti discutono su quale film proiettare al cineforum: “Papillon? Ma come Papillon?! Ma se già stamo ‘n galera!”. Grazie di tutto, Nico.

Pubblicato su Alias_Il Manifesto

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