Detta così sembra una sorta di affiliazione; una delle tante sette che in fila, zitte zitte, cercano di prendersi fette della torta lasciate dai vari “ismi” politici e ideologici. La mia personale alfabetizzazione è avvenuta via internet, come è presumibile già dalla definizione, pretenziosa, di “nomadi digitali”. Forum, gruppi, blog con biografie e consigli su uno stile di vita con annesso mercato (libri, coaching, workshops, offerta di servizi) mi hanno travolto con una promessa di una vita diversa, migliore, “yes, you can”. Devi solo decidere come e dove, il perché ha varie sfumature, ma si parte tutti dal ciglio dello stesso burrone: la stanchezza.

Un nomade digitale, per chi ancora non lo sapesse, è uno che può lavorare ovunque, trascinandosi il portatile, che sia un grafico, sviluppatore web, copywriter, o un insegnante di lingue o di come affrontare il proprio mestruo. Dipendenti o free lance. Un esercito di gente che vaga con il laptop sotto il braccio, contaminando quartieri, gentrificandoli, monopolizzando bistrò, saltando da un continente all’altro senza provare (tanto per vedere l’effetto che fa) a vivere pienamente UN luogo. Nonostante il tono, non provo nessun tipo di astio o invidia, anzi, posso dire, nei fatti, di farne quasi parte, da quando la prima domanda che amici e parenti mi fanno è “Dove sei?” prima di chiedermi come sto. Forse è il mondo di oggi, bellezza, non lo so. Stiamo tutti quasi a spasso, per forza, o per scelta, soprattutto se rientriamo, anche qui nei fatti, e non per compiacimento, nel calderone dei “braccianti cognitivi”. 

Non ho un Mac, vorrei precisare. Non vedo perché spendere migliaia di euro quando con meno posso fare le stesse cose, eppure, entrando in tanti luoghi frequentati da “nomadi” mi sono sentita tacitamente osservata e giudicata manco avessi dimenticato le mutande. Lo so, ci sono tante persone modeste e umili che prendono l’autobus. Per ogni persona che lotta in attesa di una mail che non arriva c’è qualche simpaticone che ostenta la classica foto di alluci sullo sfondo del mare davanti al laptop che per funzionare andrebbe acceso.

L’ottimismo e la motivazione che questa “setta” emana paiono essere direttamente proporzionali alla vigorosa gioia dello stile di vita che solletica: basta ufficio, scrivanie con colleghi pettegoli, orari, vacanze prestabilite. Scegli di cambiare prima che il cambiamento ti trovi e ti faccia male. Ha senso, no? Ma.

Vagando per Il sud est asiatico, una delle mete preferite dai nomadi digitali, per i costi della vita molto bassi, ho conosciuto molti di loro, non solo nei bistrò animisti o vegani, ma anche nei coworking spaces in cui, udite udite, molti sono “costretti” a starci ben otto ore al giorno, come se fossero in ufficio a Milano, ma (ed ecco qui il coniglio dal cilindro) sono in Vietnam o in Tailandia! Purtroppo, non per tutti è possibile negoziare le famose quattro ore a settimana di Ferriss. Altri gestiscono, tuttavia, il proprio tempo in modo autonomo, tra svago e computer. Il tipo umano che tendo ad evitare, nomade o stanziale, è il motivatore pesante. Ho notato che più uno mi affetta la pazienza con l’istigazione ai “progetti di vita” più sono tentata di afferrare una carabina e portarmela alla tempia. Non escludo che ciò sia un mio problema.

La domanda che mi sono posta è: sono i nuovi yuppies o l’unico orizzonte lavorativo ormai possibile? Parlandone con Nicola Bozzi, che ne sa più di me, siamo giunti al punto fermo che…Beh, entrambe le cose. Anche se desiderassimo, per masochismo e disperazione, una vita impiegatizia fantozziana, dovremmo frantumare questo sincero piccolo sogno in qualche altro, e peggiore, girone infernale da call center. Quindi non è detto che sia tu a rifiutare l’ufficio (sai che molti ci metterebbero la firma, vero?) ma il decorso storico già da un po’ ci sta sussurando che è l’ufficio, tradizionalmente inteso, a schifare te. L’imprenditore di se stesso paga un caro prezzo, se non è uno “zingaro” di lusso. Rincorrere clienti e progetti diventa estenuante e il bottino una chimera.

Ci fa bene sentirci bravi e abbracciarci verso la strada che vogliamo, purché si resti consapevoli che non c’è nessuna rivoluzione.

Pur non avendo un’ esistenza per forza e di peso emancipata e gitana, posso essere sereno. Siamo tutti d’accordo? Bene.  Altro punto: l’azienda e la mentalità aziendale sono bandite, ma rientrano dalla finestra appena possibile.

Ho partecipato ad un workshop di web writing a Bangkok con nomadi italiane in una opprimente atmosfera da gineceo (sì, uno dei problemi del femminismo è l’esclusione della controparte) e, al netto della competenza e della disponibilità umana, ho afferrato a piene mani, con stupore e ironia, il fascino discreto e micidiale della motivazione indotta, il marketing nei rapporti con gli altri, la psicologia dei sensi di colpa, la competizione travestita da collaborazione.

Le aspiranti zingare, in questo caso, restavano impettite davanti al proprio computer, come le segretarie del boom economico curve sulla macchina da scrivere, tese e concentrate a produrre testi insulsi sui più disparati e imbarazzanti argomenti. Disperate e rassegnate all’idea di non trovare l’uomo giusto, devote al Dio che non riconosce il valore del punto e virgola.

E… A nessuno frega un cazzo della tua strada, finché non monetizziamo il cambiamento. Eccola la rivoluzione.

Tana per noi.

 

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