Panem et Circenses. Food Art

Ludovico Pensato e Alessandra Ivul, a cavallo tra l’Italia e Berlino, ribaltano ludicamente e positivamente la definizione al vetriolo di Giovenale da cui il loro progetto prende il nome. Un gioco e una sfida alla base della loro proposta: cibo e cultura del cibo attraverso l’esperienza artistica. Il cibo come vissuto profondo e serio, strumento di comunicazione e universo altamente simbolico. Ludovico dopo una laurea in scienze della comunicazione a Bologna e un master in storia e cultura dell’alimentazione incappa nell’associazione culturale La pillola 400 di via Algardi, di cui è uno dei soci fondatori, occupandosi di promozione artistica e sostenibilità oltre alla gestione dello spazio per coworker, realtà innovativa ma ancora acerba in Italia.

Nella stessa associazione culturale entra Alessandra, laureata in filosofia, come fundraiser. Dopo l’esperienza della pillola 400 arriva la fuga in un agriturismo toscano, come atto istintivo di ribellione: “Eravamo stanchi di tutte quelle regole e meccanismi che regolano il fare cultura in Italia. Per cui siamo andati a lavorare per una stagione in un agriturismo facendo tutto: dall’ospitalità alla cura degli animali. Qui comincia a nascere in nuce l’idea di Panemet Circenses, come idea, ancora vaga, di legare cibo e cultura“.

Ma è solo a Berlino che l’idea prende concretamente forma e viene materialmente sfornata. Perché Berlino?

“Berlino è indubbiamente una città economica, anche se all’inizio pensavamo a Londra ma i costi sarebbero stati insostenibili. Inoltre è intrisa di fermenti e ricettività culturale e in altri paesi, come per esempio la Spagna, la cultura gastronomica è già molto forte e specifica e il nostro progetto forse avrebbe avuto difficoltà ad imporsi. L’incontro con l’artista Barbara Fragogna, curatrice del leggendario Tacheles, è l’occasione per proporsi al pubblico berlinese e italo-berlinese. Lo scenario è quello della Emerson Gallery di Mitte e del festival “Buongiorno e Arrivederci” che chiama all’appello diversi artisti italiani tra cui la Fragogna con il suo “My cage is your palace project” in cui partoriscono il loro primo esperimento di “Food and Translation”.

Tradurre l’opera d’arte in cibo?

Abbiamo pensato ad una proposta gastronomica che si legasse al tema dell’esposizione di Barbara, pittorica e non solo. Barbara esponeva dei lavori in cui vengono rappresentati gli organi interni del corpo umano, a mo’ di tavola anatomica ma in cui è forte un richiamo all’autoritratto. Il concetto di bello, dunque, si sovrapponeva a qualcosa che si ritiene debba essere nascosto perché vicino ad una idea di malessere”.

Un lavoro provocatorio ma non scandaloso, a cui Alessandra e Ludovico affiancano l’installazione “Cuore di bambola”, ovvero un piccolo cuore di pollo cotto con burro, vino bianco e alloro, appuntato con uno spillone sul cuore (inesistente?) di una Barbie. Hanno dato un cuore ad una bambola e la Barbie è viva, riscattata dalla sua condizione. Ma una volta mangiato il suo cuore la bambola torna ad essere tale.

Alla scultura in creta che raffigura l’intestino io e Alessandra“, continua Ludovico, “abbiamo associato una lunga sequenza di tamarindi, che ricostruisce visivamente l’intestino. Il tamarindo è un frutto brutto ma dolcissimo e il suo seme è davvero una perla. Infine, in un percorso dal cotto al crudo, abbiamo scelto un cavolo, il cosiddetto cavolo frattale, da intingere in una salsa di semi di zucca. La collaborazione con la Emerson Gallery ha portato poi il nostro lavoro accanto a quello di un collettivo di artisti di Vicenza che, con il progetto “Twins” esponevano più di 1500 scatti di coppie gemellari”.

La soluzione è ghiotta quanto geniale: Panem et circenses traducono la gemellarità incollando su 2 piastre di legno 50×50, oscillanti, circa 500 arachidi, unico cibo gemello esistente in natura in cui in uno stesso guscio sono presenti due elementi sostanzialmente uguali. Ma non chiamatelo catering, per carità. E nemmeno food design, poiché questo progetto non è prettamente estetico, e non asseconda esclusivamente il gusto che pure è una conditio sine qua non.

L’espressione identitaria di Panem si raduna in entrambi i filoni, con il collante della cultura e della ricerca. Un esempio è racchiuso in un evento che Alessandra e Ludovico hanno proposto a Reggio Emilia, lo scorso settembre, per il Food Immersion Festival: l’arte della cucina creativa. Oltre al concetto di “Food Translation” si giunge qui a concretizzare l’idea di “Food specific”, come proposta gastronomica sviluppata in un contesto geografico e storico molto preciso: il Chiostro della Ghiara”.

Dopo una lunga ricerca“, racconta Alessandra,”siamo giunti al mito di fondazione del Chiostro della Ghiara che neanche tutti i reggiani conoscono e questo è per noi motivo di orgoglio: far sì che il cibo trasmetta anche conoscenza in senso lato. In base al mito un certo Marchino di Castelnuovo Monti, sordomuto, nel 1596 fu il protagonista di un miracolo mariano grazie al quale prese parola. Con mattoni e ghiaia abbiamo creato la nostra installazione e servito dei biscotti, tra cui lingue di gatto”.

Il legame con il territorio è molto forte. Che ruolo ha Berlino e la Germania nel vostro progetto?

“Si è molto forte. Ora diamo anche spazio al progetto di gruppo di acquisto di prodotti tipici delle zone terremotate dell’Emilia e collaboriamo con il quotidiano berlinese per italofoni Il Mitte, su cui abbiamo una rubrica in cui raccontiamo del cibo a Berlino dal nostro punto di vista. Possiamo affermare che il rapporto tra Germania e gastronomia ha degli aspetti spesso spinosi e grotteschi, ma non diamo nulla per scontato e ci lasciamo sorprendere volentieri”.

Non si può omettere la questione dell’emigrazione se si parla di Germania, Italia, italiani e non solo. “ReFoodGees” è l’interessante e originale perfomance teatrale del Theater am Tisch, teatro alla “carta”, di Serena Schimd, già nato in Italia. Un gruppo di attori, di varia nazionalità, propone al tavolo dello spettatore un monologo sulla propria esperienza di esuli. Tra nostalgia e aspettativa si crea il cortocircuito tra cibo, convivialità e teatro in cui Panem et Circenses può esprimersi al meglio.

L’aspettativa, calda e promettente, è quella della mortadella, ricordo di un lido natio, avvolta da una teutonica patata nelle vesti multiculturali di un involtino primavera. La nostalgia, fredda, ma con un cuore caldo, ha la forma di una lacrima di pasta di parmigiano che protegge il friggione, potentissimo ragù bolognese a base di cipolle cotto per almeno cinque ore. Due snacks per pochi euro. Non ci sono particolari segreti ma una bibbia forse sì, ed è quella di Pellegrino Artusi autore di La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene compendio di tutto il sapere casalingo in cucina datato 1891.

Le 790 ricette, raccolte dall’autore con pazienza e passione, rappresentano la nascita di una nazione, ancora prima della televisione. L’Unità d’Italia è prima del resto avvolta in una larga tovaglia. I principi artusiani sono quelli di una cucina che va provata e rodata molte volte, in cui la variazione non è bandita ma non è possibile prescindere da una grande cultura e conoscenza di fondo.

Se le fettuccine ci hanno legati gli uni agli altri in momenti della storia terribili e deprimenti, sotto ogni dominazione e partito, forse negli ultimi anni i racconti mediatici del cibo e sul cibo ci hanno soffocato, in una overdose di padelle, salse, cenoni, cucine creative, chef da salotto e casalinghe saccenti. Un immaginario coltivato che ha scalciato le trame delle telenovelas con le loro saghe improbabili e impossibili.

La fame d’amore forse si è trasfigurata in bulimia e ha cercato altrove la sua vittima. C’è ancora un vuoto da colmare o tutto è già saturo e il sugo è solo quello che trasborda?

Forse il cibo è l’unica sostanza che possiamo assumere liberamente, o quasi, en plein air, senza i veti della società? O ci restano solo avanzi?

Il cibo e la fame sono sempre stati temi centrali per l’uomo, se oggi, usando la tua espressione, si può parlare di ossessione è soltanto perché nella nostra società la maniera di approcciarsi a tutto è nevrotica e schizofrenica. Il cibo “parlato” è sempre stato argomento di poeti e artisti, trattatisti, scienziati, letterati, santi, statisti, è il modo in cui se ne parla oggi che è ossessivo, asfissiante, e lo strumento televisivo e informatico (con le dinamiche dei social network l’ossessione diventa esponenziale data la velocità di trasmissione e la quantità mostruosa dei dati) non fanno che acutizzarne la percezione. Se la gente non avesse la tv e non usasse smartphone e facebook si parlerebbe di cibo in modo ancora “nobile”. Dall’altra parte il tuo ragionamento sul cibo come sostanza per colmare assenza è senz’altro vero (considerando che si parla di sostanze chimiche che interagiscono con il nostro organismo), ma anche questo non è recente, recente è soltanto l’eccesso di informazioni, immagini e parole che a ciò si lega”.

Non resta che meditarci lavando i piatti.

Pubblicato su Alias/Il Manifesto

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