Al mio caro zio S.

Sono volata da Saigon a Singapore e già prima di atterrare, con le mani inchiodate ai braccioli come sempre faccio durante le turbolenze, la città stato appariva, nei suoi arcipelaghi di isolotti e laghi più o meno artificiali, aliena. Un aeroporto intergalattico con postazioni per massaggi ai piedi e l’automatizzazione come principio primo; solo le ventate esterne di afa calda mi hanno riportata alla realtà. Fuori mi aspettava lo zio e la sua fidanzata cinese, e come una nipote prodiga mi accingevo al mio soggiorno da alieno nel Pianeta Singapore.

Com’è Singapore mi chiedono i miei amici, mah, com’è…Elegante, asettica, organizzata, sembra che ogni forma di devianza sia sotto bromuro, come mi spiegava lo zio che vive qui da anni, elencandomi i vari pregi e sminando i pregiudizi degli occidentali a caccia di streghe. Io so poco della storia di Singapore; ricordo le leggende che scorrevo su Corto Maltese, l’iconografia antica di un porto zozzo e cosmopolita. Lo zio mi ha raccontato anche di un gruppo di backpackers tedeschi che sono stati rincorsi e fustigati per aver pensato di fare street art a caso.

Riflettendo sulla brutalità di quello che stavo per dire (noi abbiamo storicizzato i diritti umani loro no) mi chiedevo già dove e come potessi trovare la malinconia in giro per Singapore. Dopo cinque notti dentro una reale capsula spaziale, Il primo risveglio è stato brusco: le solite due francesi starnazzanti alle otto di mattina, di cui una fornita di libri sotto il braccio, perché, come tutti sappiamo, loro sono diversi dal resto del mondo.

L’avventuroso mondo di Singapore mi ha condotto al giardino botanico e ad un safari notturno. Il primo è un impero di vetro, acciaio e vegetazione dagli altri pianeti, compreso il Pianeta Terra. Su una parete a più piani una cascata finge di travolgere i turisti che visitano il luogo, ma cos’è il turista se non un alieno anch’egli? Un’altra tappa “familiare” mi stava aspettando: il safari notturno. Dentro lo zoo di Singapore c’è la possibilità di esperire un safari al buio: un trenino da luna park si aggira per lo zoo di notte tra le belve feroci, senza gabbia, e presumibilmente, già mangiati, a parte la tigre che è un cacciatore notturno. Tra i visitatori e la tigre c’è un muro di vetro (non si sa mai) e qualcuno potrebbe dire che palle, ma io che sto invecchiando (nonostante la metà dei trenta corrisponda ai nuovi vent’anni) dico con serenità che è un’esperienza, semplice, organizzata. Perché tutto dalle nostre parti deve essere vissuto e proposto sempre come una cosa tormentata?

A Singapore ogni aroma tropicale è una svista: è il profumo dei soldi di cui questa città è colma, gonfia, e per un attimo ho pensato che per me sarebbe stata anche quella l’ennesima attrazione turistica. Vengono prima i soldi o la pianificazione, il controllo? Ho avuto il terrore di fumare in zone non permesse, di dare nell’occhio senza volerlo, di sgranocchiare una barretta di cioccolato in metropolitana e di finire in una gabbia, postmoderna e surreale anch’essa. Tutto è igienizzato a Singapore, anche quartieri come Chinatown e Little India sono in vetrina, a prescindere da chi è il visitatore, e mi vien da ridere pensando alla Chinatown, che ne so, di New York, dove i sorci vengono a chiederti una cartina.

C’è un posto, tuttavia, che è stato un rifugio e pausa allo stesso tempo: La Galleria Nazionale. Ho trascorso un’intera giornata a scoprire pittori e scultori del Sud est asiatico, nomi e stili sconosciuti, a parte quelli dei colonizzatori. Ricordo pochi nomi, tra cui Georgette Chen, Lee Man Fong, Yip Cheing Fun, e gli occidentali scappati in Asia dal destino controverso, come Walter Spies. Quasi alla fine del mio lungo viaggio in Asia mi confermo le nostre distanze siderali e culturali dal pianeta Singapore, come dai paesi limitrofi, per questo a volte si fraintende tutto e si cercano le streghe e gatti neri in un’isteria collettiva.

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