Qui e altrove

Come si “autorappresenta” l’arte araba nel 2014? La domanda colpisce al cuore l’attualità più controversa e cerca di scavalcare l’incubo di Edward Said: ridurre un universo ricco di sfumature a una melassa di cliché.

La sfida del New Museum di New York con la mostra “Here and elsewhere” è questa, con i suoi cinque piani dedicati a 47 artisti, finalmente sconosciuti, da quindici paesi tra il Medio Oriente e il Nord Africa. Il titolo è un omonimo richiamo al Godard di “Ici et ailleurs” del 1976: un documento pro palestinese che diventava, infine, una riflessione sulla rappresentazione della stessa annosa questione oltre a quella sul cinema e sul pensiero critico delle immagini come strumenti di coscienza politica.

In quel caso il “qui” era la Francia del 1975, “l’altrove” è la Palestina del 1970; nel qui una famiglia operaia guarda in televisione le immagini di combattenti della resistenza palestinese. Non è possibile capire l’altrove se non si vede il qui. Ogni artista propone la sua visione su come è possibile, oggi, testimoniare i cambiamenti sociali e politici in una geografia composita e frastagliata, vilipesa e mai del tutto capita, forse perché oggettivamente “complessa” e quindi non notiziabile nell’immediato o, forse, si scomoda la complessità per arrendersi di fronte alle evidenze mediatiche.

Ci saranno state delle smorfie da parte di qualche autore, non presente al New Museum, davanti alla proposta di esporre in una grande collettiva “sul mondo arabo” temendo la dispersione ma, in ogni caso, inevitabilmente le tematiche sviscerate sono quelle dei conflitti e della violenza, in una vasta rassegna di fotografie e video che non dispiaceranno al gusto del pubblico americano.

La guida metaforica in questo percorso, che non si risparmia nell’ironia come prova il lavoro sui video di youtube ridisegnati in chiave surrealmente fiabesca dall’iraniano Rokni Haerizadeh, è Mustafa. La storia di Mustafa è raccontata da Shuruq Harb, una artista visuale di Ramallah, con il suo lavoro “The keeper”: una vasta parete di immagini a bassissima risoluzione prese da Internet e vendute per le strade dallo stesso ragazzo. Non c’è una immagine ricorrente, si trovano pose di attori come personaggi politici.

Una riflessione malinconica sul futuro della stampa della fotografia, sulla memoria collettiva costruita dalle immagini e di come le leggi sul copyright possano avere un incisivo ruolo in questo processo.
Le foto di Fouad Elkoury sono la memoria di Beirut in quindici anni di guerra civile, i filmati della marocchina Bouchra Khalili (“The journey progetto mapping”) seguono le mani senza volto che scorrono sulle mappe e parlano di viaggi disperati per il Mediterraneo.

Jamal Penjweny si chiede se davvero sia possibile estirpare una dittatura dalla testa della gente anche quando il leader muore nella serie di foto “Saddam is here”, dove la faccia di Saddam Hussein è sovrimpressa sulla testa di iracheni qualunque, ritratti in quotidiani contesti familiari. Le “Infiltrations” di Khaled Jarrar seguono i tentativi di fughe illegali dalla Cisgiordania verso Israele documentate con un video che ha causato non pochi problemi allo stesso autore.

L’installazione di “Qalandia” è immaginata nel 2087 dall’artista, nato ad Hebron, Wafa Hourani, come realmente non è e non può essere nell’immediato futuro in quanto martoriato checkpoint e campo profughi: una ricostruzione utopica e visionaria. Un aeroporto civile che la connette al mondo (come era un tempo), specchi al posto di muri e spazi di aggregazione e condivisione. Terrazze e piscine. Pertanto l’arte finisce per essere davvero una questione di vita o di morte.

Dalla rubrica “Moscow Mule”/Alias-Il Manifesto

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