Serbia e Bosnia. Arte e radio sulle orme di Basaglia

Prostor in serbo significa spazio. Da circa tre anni a Belgrado l’associazione Prostor si occupa di arte terapia, creando laboratori in cui si possa esprimere la propria emarginazione e il disagio che la società considera malsano e sconveniente. In tre anni circa duecento persone hanno trascorso, o trascorrono ancora, il loro tempo qui, uomini e donne affetti principalmente da disturbi di schizofrenia.

Negli ultimi anni i problemi relativi alla salute mentale nel Paese sono aumentati, tanto da considerarli, all’interno del sistema della sanità nazionale, il secondo più grande problema dopo le malattie cardiovascolari. Le ragioni sono molteplici ma un ruolo indubbiamente si può rintracciare nelle ferite psicologiche precedenti e successive alla guerra: lo stress acuto e i traumi accumulati sono spesso un fardello pesante da gestire.

Inoltre a questo si aggiunge un patriarcato ancora molto forte, nonostante i cambiamenti nella società, che soffoca l’ambizione e l’indipendenza della donna creando stati depressivi o alimentandoli. Mina Aleksić, una dei ragazzi che gestiscono Prostor, non ha dubbi sull’importanza del loro lavoro: “l’eccessiva medicazione mostra spesso i suoi limiti. Nel nostro laboratorio dipingere, disegnare, è una azione sociale e non un vincolo terapeutico specifico tra paziente e medico.  Credo sia importante che non ci sia una stigmatizzazione della persona e che emerga dal suo isolamento. Ogni lavoro, impresso su una tazza o su una maglietta, lo vendiamo nei mercatini e metà guadagno lo utilizziamo per acquistare nuovi materiali, l’altra metà è per l’autore”.

Mina ha studiato arte a Firenze e presso Prostor non mancano collaboratori esperti sia in materia di diritti umani sia in pedagogia, inoltre l’associazione lavora spesso con il centro clinico di Belgrado, ma anche in questo contesto è diffusa una forte medicazione, a cui cercano di porre rimedio realtà come Prostor ma anche diverse Ong e piccole comunità locali.

A Sarajevo Adi Hasanbašić, attraverso la sua associazione Metanoia, coordina dal 2010 il progetto radiofonico “Glas ludila u eteru” (la voce della follia nell’etere), sottotitolo: Ja nisam dijagnoza, ja sam čovjek (io non sono una diagnosi. Io sono un uomo). La radio è gestita da persone che hanno avuto o che hanno esperienze di tipo psichiatrico, con lo scopo di liberare la comunicazione, senza pregiudizi nei confronti dell’altro e creando un dibattito sulla malcelata linea di confine tra normalità e pazzia.

Una forma di reinserimento sociale che passa attraverso un mezzo “protettivo” ma dove la voce si impone attivamente come identica ad altre. Il progetto nasce a Zagabria, mentre Hasanbašić termina i suoi studi in Psicologia, e viene trasmesso da Radio Student ogni settimana, per poi approdare anche a Sarajevo una volta al mese e a Banja Luka sulle onde di Balkan Radio, trattando temi vari, dando spazio ad ospiti e a scalette musicali.

L’esperimento è inedito per la realtà balcanica ma ricalca l’esperienza analoga di Radio Nikosia, a Barcellona, o Radio Léon dit a Tolosa, senza dimenticare le italiane Radio 180 a Mantova, Psicoradio a Bologna o Radio Shock a Piacenza. Ma per tutte la pioniera è stata nel 1991 Radio La Colifata di Buenos Aires, ideata dallo psichiatra Alfredo Olivera e ritratta anche nell’omonimo documentario di Carlos Larrondo del 2008.

Possiamo parlare dunque di antipsichiatria? E quali sono le difficoltà maggiori in questo progetto?
“Non è direttamente una pratica di antipsichiatria, ma ha molti elementi di essa. In merito alle difficoltà si va dalla carenza di fondi, naturalmente, al contesto sociale di dopo guerra, nel quale oggettivamente ci troviamo. Ci vuole tempo in questi processi”, dice Hasanbašić.

Dalla Bosnia-Erzegovina alla Serbia le possibilità che si aprono a chi soffre di disturbi psichici o di disabilità specifiche, tra qualche differenza e migliorie, sono ugualmente poco confortanti. La riforma della sanità sulla salute mentale in Serbia è stata approvata nel 2007 e le sue linee guida, implementate nello scorso Ottobre, esprimono la massima cura e tutela dei diritti delle persone con disturbi mentali, ma nella pratica si intravedono ancora i limiti e le imperfezioni in merito a piani precisi e concreti sulla deistituzionalizzazione delle persone e soprattutto sul loro adeguato inserimento nella comunità.

Almeno cinque istituti psichiatrici sono presenti in Serbia e a questi si aggiungono ulteriori strutture in cui vivono solo bambini. L’ostacolo non è solo la carenza di fondi, ma anche un pregiudizio culturale. Nonostante alcuni progressi, alcune organizzazioni come MDRI-Serbije (Mental Disability Rights Initiative of Serbia) lamentano la scarsa presenza dello Stato come supporto alle famiglie, quando esse siano ancora esistenti, che non hanno altra alternativa che lasciare i propri cari negli istituti. In questa realtà sono inclusi anche l’autismo e la sindrome di Down.

Ad oggi sono carenti le misure che dovrebbero includere maggiormente bambini e ragazzi disabili nei programmi del sistema educativo, senza stigmatizzarli. Purtroppo non è un mistero la presenza di condizioni di isolamento, di segregazione di fatto, di scarsa competenza del personale e di pratiche che rasentano la tortura come la contenzione. Sostanziosi passi verso il futuro, soprattutto in vista della apertura dei negoziati per l’ingresso della Serbia nell’Unione Europea, potrebbero essere dettati dalla volontà di creare un largo piano di azione che coinvolga diverse istituzioni.

Le buone intenzioni non mancano e sulla carta alcuni progetti europei come Open Arms in collaborazione con il Ministero della Salute serbo potrebbero accelerare molti processi democratici. Ci vorrà del tempo, del resto anche in Italia dall’approvazione della Legge Basaglia passarono quasi vent’anni prima della sua completa attuazione.

Pubblicato su Alias/Il Manifesto

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