Sex: Sprache

Non ci siamo ancora stufati dei dibattiti sul sesso? Cosa c’è da aggiungere in una società completamente scosciata? Oppure, proprio perché siamo tutti nudi in cerca di un autore e di una coperta si cercano ancora risposte e conferme. Il documentario di Saskia Walker e Ralf Hechelmann “Sex: Sprache” è l’ennesimo giro di valzer, gradevole, sulla questione.

Una libera chiacchiera con sedici persone diverse tra 13 e 74 anni, un esperimento sobrio e giocoso che non aggiunge particolari rivelazioni a quello che già sperimentiamo nelle croci e delizie quotidiane. Insomma, come dire, una ulteriore conversazione che non cambia il mondo, ma che innocua, ce lo rivela per quello che è: un delirio.

O una farsa tra i sessi, tra noi e gli altri; un bisticcio infinito tra l’intimità e cultura. Per i registi parlare di sesso equivale a discutere dei reali desideri, e del modo in cui vengono vissuti: l’impatto del sesso nella vita, raccontato in profondità da tutti i soggetti coinvolti. Altro punto, il campione. Sia Saskia che Ralf sono i primi ad assicurare che l’accuratezza statistica era l’ultimo dei loro pensieri. Una scelta precisa, ma anche discutibile, che semplifica il rapporto con la materia narrativa in ballo non diversificando la piccola inchiesta.

Non importa l’estrazione di chi è intervistato, perché l’esperienza di cui parliamo raggiunge tutti con i suoi presunti proibiti tentacoli. Sono lontanissimi i tempi in cui nel nostro cinema qualcuno percorreva una Italietta scandalizzata chiedendo ad intellettuali e ad operai i loro pensieri su amore e sesso. Con “Sex: Sprache” stiamo nella Berlino del 2015, la Berlino liberata dalle mutande e dalla storia.

Una città che compare a tratti nel documentario, con le sue strade, semafori, umanità diverse. Una città che si propone come un libero baluardo, che fa dei pari diritti, dei diritti civili, un’appendice del suo marketing, con cui forse meritatamente si è rifatta una vita. Il limite del documentario resta quello di dare voce al solito noto “giro creativo”, al netto di una società in cui l’unica differenza tra classi rimanda ai soldi.

Eppure per un luogo che sbandiera sempre orgoglioso il suo meltin pot ci saremmo volentieri goduti riflessioni delle donne turche, dei loro fratelli e mariti, o se il tabù in questo caso era troppo per essere infranto, avremmo aspettato ulteriori soluzioni. Invece la parola al migrante è data da un italiano, resa elemento macchietta anche per l’accento tedesco indubbiamente non autoctono.

La cosa buona è, tuttavia, l‘assenza di categorie che spesso a forza sono ritenute conditio sine qua non per l’argomento come transessuali o dichiarati sadici e masochisti. Vedremo se la loro assenza renderà comunque appetibile il documentario per il pubblico italiano, quando sarà trasmesso (canale Cielo), prossimamente, dalla nostra sempre ricettiva televisione nazionale.

Pubblicato su Alias- Il Manifesto per la rubrica “Moscow Mule”

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