Prima di sbarcare a Singapore temevo di avere a che fare con la città di Monsieur Hulot. Una città ai limiti del futurismo, diventata moderna in velocità e confusione. Per certo nessuna leggenda da vecchio ed enorme porto asiatico mi avrebbe accolto, bensì un aeroporto concepito come astronave pronta a smistare i vari mercanti del 2018. Se il Monsieur Hulot di Tati ride e vive lo stridere di un confronto tra fabbrica e vita di paese, ai miei occhi i contrasti e le devianze di Singapore sono sotto bromuro.

Elegante, asettica, orwelliana, efficiente fino alla nausea, semplice da attraversare, colma di parchi e di verde, lustrati come i quartieri di Chinatown e Little India. In metropolitana un gruppo di giovani saltella in uno spiazzo a ritmo di hip hop, ma sembrano anch’essi sedati, statue in movimento. Naturalmente su tutto aleggia l’odore dei soldi che, per un istante, gli ingenui possono scambiare per il tiepido aroma tropicale. Brutta? No, ma si resta confusi come lo sarebbe Monsieur Hulot. Dal giardino botanico al safari notturno per famiglie mi chiedo dove sia palpabile la malinconia di un altrove.

L’ occasione si presenta con la Haw Par Villa, una Bomarzo asiatica. La villa è un parco culturale costruito da Aw Boon Par nel 1937 per il fratello Aw Boon Haw, filantropo e imprenditore. A questa famiglia cinese birmana è legata l’invenzione e la fortuna del famoso balsamo di tigre, tant’è che il nome originario del parco era Tiger Balm garden. Il parco fu abbandonato all’inizio della Seconda Guerra Mondiale e “occupato” dai giapponesi per aver dalla collina il controllo sul porto.

Ci sono circa mille statue e centocinquanta diorami che raccontano il folklore cinese tra miti, leggende e storie legate a triplo filo al buddismo, confucianesimo e taoismo. Un ginepraio narrativo di difficile memorizzazione ma di indubbio fascino. Tra le tante statue, artisticamente grossolane, spiccano gli Otto Immortali, un gruppo di “santi” in cui poteri sono trasferibili ad un oggetto in grado di sconfiggere il male; raffigurano lezioni morali e rappresentano la salute e la povertà, la vecchiaia e la giovinezza.

In un secondo momento tutto comincia a essere più familiare: storie di cappa e spada ritrovate nei film di Hong Kong, anime giapponesi come quello basato sulla leggenda del serpente bianco della dinastia Song. Il film d’animazione (1958) di Taiji Yabushita è uno dei primi grandi sforzi produttivi nel genere e la sua universalità è data da una struggente storia d’amore tra una donna trasformata in un serpente bianco e suo marito Xu Xian. Un monaco geloso imprigiona Xu in un tempio e sarà salvato dalla sua Madame White Snake durante una intensa battaglia con l’aiuto degli spiriti dell’acqua. Wow, a Singapore ci sono persone che sembrano statue e statue che si ricordano di essere state persone.

Pubblicato su Alias- Il Manifesto per la rubrica Moscow Mule 

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