Fino al 16 Marzo 2014 nello spazio berlinese Haus am Waldsee il videomaker tedesco Stefan Panhans presenta la sua personale “Too much change is not enough”, un viaggio alienato e nevrotico sull’effetto dei media digitali nella formazione dell’identità delle giovani (e non solo) generazioni. L’artista, originario della Renania, propone sequenze video con ambientazione confinata in precisi spazi: in macchina, sul treno, in una stanza, in un angolo di campeggio dove la rappresentazione metaforica arriva ad additare, ironicamente, una società la cui comunicazione si disperde nel sovraccarico di informazioni. Consumismo, retorica del benessere psicofisico, intrattenimento e show business, tutto è congelato nella poetica statica di Panhans. La transizione dal mondo mediatico analogico a digitale è ancora il pretesto per ragionare sul crocevia tra spazio pubblico e privato accomunato solo da un linguaggio ossessivo, capillare. Nel video “Who’s Afraid of 40 Zimmermädchen” (2007) una donna è seduta accanto a un fuoco da campo in uniforme riflettendo ad alta voce sulla dieta Ayurvedica; accanto a lei un giovane in vesti da fiaba western sembra dialogare con messaggi che arrivano da uno schermo posto idealmente innanzi a lui. Il testo sostituisce l’immagine che resta fissa, o meglio, la crea, e solo le parole divengono l’ossatura della narrazione, esse riflettono il corso dei pensieri che corrono convulsi, frammentati, e sganciati dal contesto dell’immagine stessa. Il rigore, la plasticità, gli oggetti che Panhans riprende sono oggetti banali, lasciati lì per caso ma che allo stesso tempo evocano un certo feticismo pubblicitario. L’effetto è una astrazione totale tra feticismo, autenticità, e finzione, una confusione nevrotica eppure strategica. Che identità umana ne emerge? Panhans ritrae i cambiamenti del linguaggio del corpo attraverso lo strano eloquio surreale dei suoi personaggi come nel soliloquio (Pool, 2004) di una ragazza chiusa in macchina, ferma, che fissa il vuoto: “ …Noi abbiamo bisogno di gente che crede in se stessa, persone vere, uniche, informali e giovani. Devi essere te stesso se vuoi partecipare: te stesso, ma super, ok?..” La camera fissa riprende una assurda commedia da camera, dove il copione è costruito sui discorsi di celebrità e star, su frammenti di chat, blog, Facebook. La paranoia è assoluta ma il loop dei discorsi resta immerso comunque in un silenzio assordante: non c’è nessuno che risponde e forse nessuno che ascolta. Il suono è delegato solo al corpo e talvolta ai testi recitati. Il vagone di un treno in “Sorry” (2010), senza audio, racconta un quotidiano banale e stanco di cui tutti possiamo averne esperienza; alla “normalità” della situazione si aggiungono almeno venti persone con abiti da circo mediatico che si sfiorano per farsi largo e passare: un anomalo palcoscenico verso il nulla. “La mia non è una pura critica alla società dei consumi, sebbene si possa riconoscere nei miei lavori qualcosa che la evochi” dice Panhans “a me interessa la funzione ambivalente dell’informazione che riceviamo e produciamo ogni giorno, creando spesso segnali disturbanti. Per alcuni vedere tutto questo potrà essere un sogno, per altri un incubo o un divertimento. Il gioco tra attore/spettatore entra in un cortocircuito definitivo”. La vita quotidiana, dunque, non è mai stata così inquietante, e l’inconscio che essa esprime è solo virtuale.

Pubblicato su Alias/Il Manifesto

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