A molti il suo nome non evocherà granché ma nei suoi ottant’anni da poco compiuti traspare il cinema come una grande avventura di alti e bassi. Roland Klick, il regista troppo pazzo per qualche corrente, spesso sull’orlo della bancarotta, racconta aneddoti al pubblico di una piccola sala berlinese.

Non “allineato” neanche al nuovo cinema tedesco, Klick è attivo dal 1963 al 1989 per poi dedicarsi a progetti televisivi sotto pseudonimo. Nato in una piccola cittadina bavarese ambienta lì uno dei suoi primi cortometraggi (“Ludwig”) e getta le basi per una poetica amorale, cruda ma molto appassionata, girando a misura di attore.

Nelle sue storie c’è spesso la notte e il deserto, elementi che permettono allo spettatore di entrare in gioco con la sua immaginazione di fronte ai misteri. Quando le crepe della borghesia sono ormai evidenti (“Bübchen”, 1968) Roland si tiene ai margini della critica sociale per poi avvicinarsela, a modo suo, con il cult del 1973 “Supermarkt”, un film sporco e viscerale, con Eva Mattes e Charly Wierzejewski nella parte di un giovane sbandato che tutti cercano di redimere (o di comprare?) e che Klick conobbe in una sorta di comune.

In mezzo scorre il deserto o meglio Deadlock-Duello a tre” (1970) con Mario Adorf, un western al sapore di spaghetti ma senza cavalli. Il film fu girato nel deserto del Negev, durante la Guerra dei sei giorni, letteralmente in mezzo ai contendenti, facendo finta di essere nella Sierra messicana. Non sempre incensato dai festival internazionali, premiato, tuttavia, varie volte in patria, Klick sa cosa vuol dire avere a che fare con i produttori.

A due settimane dalle riprese il produttore Bernd Eichinger lo lincenzia. Il film è Christiane F. Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino” per il quale Klick ha già scritturato dei giovanissimi tossicodipendenti; fu questa, a quanto pare, una delle “controversie”. Chissà, se la storia fosse andata diversamente forse avremmo avuto un bell’esempio teutonico di Amore Tossico.

I produttori dannano l’anima ma gli attori non sono da meno. Nel 1983 con “White Star” il regista ha per le mani Dennis Hopper nei panni di un manager musicale che cerca di risalire la china. Un film sul mondo discografico e il movimento punk ma dalla lavorazione sofferta, in balia di un Hopper corroso dalla cocaina che costrinse il regista a concentrare le riprese in pochi momenti.

Roland raccontaci di quella volta che… Per il pubblico è come ritrovare un vecchio zio che ne ha viste tante, che ad un certo punto ha detto basta, ma che non smette di fare scherzi e si muove dinoccolato mentre a tre file di distanza, elegante e defilato come sempre, Wim Wenders assiste divertito.  

Pubblicato su Alias_Il Manifesto per “Moscow Mule”

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