La sai quella degli animali di uno zoo di Tbilisi travolti da una alluvione?
È  la notte tra il 13 e il 14 giugno 2015.

A Tbilisi il caldo di giugno accartocciava le lamiere delle pensiline alle fermate degli autobus e la polvere restava sui mattoni degli edifici; ogni mattone diceva qualcosa di un’epoca e c’erano almeno dodici mattoni diversi sparsi per le pendici delle colline. Per ogni decadenza sopravviveva uno sfarzo, ad un palazzaccio comunista si alternava una cosa cool, un bazar, un locale, un aborto architettonico prestigioso. L’umido estivo aveva spinto molti a rifugiarsi verso Poti o Batumi, sulla riva del Mar Nero, gli altri erano rimasti in città a godersi la bella stagione nonostante la ferocia del clima. Il fresco che si agognava era arrivato improvviso con un’alluvione e aveva travolto avida mezza città.

Al turista o al viandante di passaggio non interessava visitare lo zoo, per motivi pratici o per motivi ideologici. Lo zoo di Tbilisi non aveva nulla di speciale e gli animali non avevano maggiore carisma di altri. Eppure un’occasione non si negava neppure all’ultimo degli invisibili. L’alluvione si era unita alla forza discreta e pacifica del fiume Mtkvari e aveva scoperchiato le gabbie dello zoo lasciando le bestie libere in balia dell’acqua e degli abitanti. Sei tigri, sei leoni, sei lupi, otto orsi, erano stati abbattuti dalle forze di sicurezza, tra cui una tigre siberiana che aveva appena azzannato un uomo mentre cercava di asciugarsi il garage. Erano ancora dispersi, pensa, sette leoni, quattordici lupi e pinguini e un ippopotamo era stato intercettato in piazza mentre si godeva il primo pomeriggio non vivendosi la tragedia come tale, essendo nato per vivere mezzo affogato. Lo avevano neutralizzato con un siringone di sonnifero e se vedi le foto pare che abbia una molletta sull’orecchio destro.

Chi non era stato ucciso si era disperso. Chi non si era perso per la città vecchia era stato ripreso e messo in gabbie di emergenza. Un orso si era arrampicato sul cornicione di un teatro in disuso e si era temuto che ricorresse a gesti estremi, prima che venisse anche lui catturato. Durante le ore di panico ai cittadini era stato consigliato di rimanere in casa e di non aprire a nessuno; a chi si trovava per le vie, sorpreso da un ringhio, era stato suggerito di far finta di nulla, come se fossero api, e di proseguire a passo rapido ma non troppo, per evitare ogni tipo di inseguimento.

Mai Tbilisi aveva visto un’alluvione così sconcertante, mai era stata costretta a confrontarsi con bestie feroci o incuriosite, isolate in uno zoo di periferia. Probabilmente l’uomo azzannato non era riuscito a far finta che la tigre siberiana fosse un’ape e la stessa tigre avrebbe avuto un sussulto d’orgoglio nel sentirsi scambiata per un insetto. Ognuno aveva le sue ragioni, le sue aspettative, e non è mai stato chiarito quante incomprensioni galleggiassero assieme agli alberi e alle automobili, prima di affondare direttamente nelle viscere del Caucaso.

Dopo lo smarrimento iniziale ogni reazione degli animali era stata figlia di una mancanza, meditata o biologicamente impellente, invadendo per necessità salumifici, panetterie, risparmiando macellai ma non la loro mercanzia. Alle bestie ludiche, che si erano gettate con entusiasmo nella catastrofe dell’alluvione, tuffandosi dai lampioni, si erano aggiunte presto quelle martiropatiche, per cui solo la morte, in questo caso per annegamento, poteva dare senso all’esistenza, e gli animali rettificatori, i quali confidavano nella tragedia come soluzione per dare l’avvio a un mondo più giusto, etico, in cui la violenza è un possibile motore. Al disastro ambientale aveva fatto eco un dibattito sulla democrazia: quella che dovrebbe tutelare il diritto alla morte propria e quella che utilizza la violenza stessa per mantenersi in vita. In tutto questo dannarsi l’animale ludico è quello che vince, che non sente la fatica della sua tragedia, ingenuo e allegro; il criminale che non si porta addosso nessuna croce.

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