Non ci saranno denari, spazi congeniti sufficienti, ma le forme di rigenerazione del teatro stesso non hanno esaurito la sua forza detonatrice. Il “Theater am Tisch” (teatro al tavolo, letteralmente) è un progetto organizzato nella capitale tedesca da Serena Schimd con la collaborazione di Teresa Hernández, nato in Italia nel 2010 dall’associazione milanese ComunicaMente  e rielaborato a Berlino nel 2012.

Un teatro al tavolo, o meglio, “alla carta”, che entra nella vita quotidiana, accessibile nei costi e nell’offerta dei testi. Decidi tu cosa vedere e per quanto tempo. Al tavolo di un bar o di un caffè, oltre a una lista di vini e birre, c’è un menù di monologhi e dialoghi: 1,50 e 2 euro per ascoltare testi di Sarah Kane, spezzoni da Kill Bill o da Thelma e Louise, Brecht, Tennessee William. Malinconia o tragicomico. Non solo. La libera scelta è anche per la lingua: italiano, inglese, spagnolo e tedesco. Nessuno può sentirsi escluso.

Si ordina il testo e l’attore arriva al tavolo con una candela ed un fiammifero. “Oramai facciamo da uno a tre eventi la settimana” racconta Serena Schimd, il cui cognome tradisce lontane origini tedesche e che vive il teatro come una passione pur nascendo come designer d’interni. “Da cinque persone siamo arrivati a otto presenze fisse in un team internazionale. Il progetto continua anche in Italia, presentato di volta in volta come evento unico, mentre a Berlino giriamo per locali“.

Il Theater am Tisch attraversa i quartieri berlinesi, da Mitte a Neukölln, passando per Prenzlauer Berg. Diversi quartieri, diverso è l’audience di riferimento. I tentacoli della gentrificazione hanno ancora, fortunatamente, i loro evidenti limiti. Il pubblico italiano, che avrà a che fare con testi specificatamente in italiano, ha seguito le orme del teatro alla carta tra i circoli Arci di Milano, come La Schighera e Agorà a Cusano Milanino, il Gheroartè di Corsico o di recente, il ristorante Bosco Grosso sempre a Milano. Nel panorama teatrale berlinese il progetto di Serena è indubbiamente inedito, nonostante la presenza di luoghi dove la gente può bere, mangiare e contemporaneamente vedere un’opera o ascoltare un concerto. Ma il Theater am Tisch è altro.

Nostalgia per il teatro definito come “tradizionale”?

“Il Theater am Tisch propriamente detto è solo un aspetto del nostro vasto progetto. Abbiamo iniziato a proporre anche un Haus Theater, un teatro di matrice «tradizionale», presso l’abitazione della scrittrice Nora Cavaccini, che vive a Mitte. Lo spazio può raccogliere circa solo trenta persone ma è un modo anche per ovviare a quello che, talvolta, può essere il limite fisico della presenza di un tavolo. Inoltre diamo voce alle storie biografiche da esuli degli stessi attori che, nello spettacolo Refugees, ad esempio, si alternano tra i tavoli con monologhi scritti da loro, in italiano, spagnolo, inglese e tedesco“.

Da Milano a Berlino. Com’è stato trasportare il progetto in un altro contesto culturale, tra limiti, differenze e qualche vantaggio?

A Berlino lavoriamo in un contesto internazionale e la lingua deve adattarsi di conseguenza, ma è indubbiamente una risorsa per il progetto stesso e per gli attori. Qui ci sono molti talenti, anche troppi, ma le persone, il pubblico, ama la cultura, sanno riconoscere la qualità, e non fatichiamo particolarmente per attrarli ai nostri eventi. Berlino è una città, dato il clima, il cui inverno è la stagione più consona per un progetto “al chiuso” come il nostro e, per la forma mentis tedesca, non possiamo permetterci organizzazioni dell’ultima ora“.

Berlino, infatti, costa poco e vuole anche pagare poco, in tutti i campi, non solo nella cultura. Lo sa bene Serena, lo sanno bene gli attori del Theater am Tisch (Carlo Loiudice, Nils Willers, Sophie Bogdan, Amor Schumacher, Clara Gracia, Eneko Sanz, Marina R. Llorente, Emery Escher) che si dedicano interamente a questa professione. Una vita (e un mestiere) ancora difficile. Ma senza passione non si diventa bravi e se non si è bravi nessuno ti sceglie, e chi vive della sua passione è un po’ come il protagonista del racconto di Kafka Il digiunatore (titolo originale: Ein Hungerkünstler, ovvero, un artista della fame) del 1922. Il digiunatore, incompreso, non mangia per volontà: non può fare a meno di esser tale semplicemente perché non trova il cibo che gli piace.

Recitare in inglese è per me una sfida – dice Carlo Loiudice, unico attore italiano del folto gruppo del Theater am Tisch – non so se c’è possibilità per un attore italiano a Berlino, ma per la forza di questo esodo, tra persone residenti ufficialmente e altri che vanno e vengono, posso dire che c’è una richiesta, forse ancora un po’ timida, di questa lingua in alcuni settori della cultura, come il cinema e la scrittura“. Carlo, di Altamura, calca il teatro da circa quattordici anni, ed è uno dei fondatori della compagnia Cerchio di gesso, nata negli anni Novanta.

Qual è la realtà di un attore italiano che a Berlino si ritrova a recitare in inglese e italiano?

“Questo lavoro è sempre un martirio. Io ho deciso di lasciare l’Italia nauseato, in piena crisi artistica, pur avendo con la mia compagnia un contratto indeterminato. La lingua, lavorando all’estero, può essere un limite per avere visibilità o per accedere ad un circuito «tradizionale», ma in sostanza a me interessa artisticamente altro“.

Cosa succede quando dici che fai l’attore?

Credo che ci sia una considerazione maggiore per questo mestiere. Addirittura mi chiedono che tipo di teatro io metta in scena…

Pubblicato su Alias/Il Manifesto

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